Pagliari sulla panchina del Lecce tra ritorni, finali e successi “giallorossi”

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Dino PagliariLecce – È Dino Pagliari il nuovo allenatore del Lecce. A quasi una settimana dalla sconfitta di Ischia il Lecce cambia la sua guida tecnica, sollevando dall’incarico Franco Lerda dopo il filotto negativo di tre sconfitte consecutive. L’allenatore marchigiano sarà il 75° allenatore della storia del Lecce e il suo arrivo, sancito con la firma su un contratto fino a giugno con opzione in caso di B, è l’inizio di un nuovo corso giallorosso, ora caratterizzato dal vigore di un allenatore sanguigno, verace ed alla ricerca di successi con uno stile totalmente contrario da quello trainante nel mondo del calcio fatto di luci della ribalta sempre puntate.

Pagliari è un antidivo, lo era da calciatore con la maglia della Fiorentina e lo è in questi anni da trainer. Il suo essere viene trasposto anche sul rettangolo verde, con una marcata preferenza per lo scolastico 4-4-2 (anche nelle sue derivazioni leggermente più difensive), modulo che incarna una concezione di calcio “pane e salame”, ricetta naturale ma spesso vincente in Lega Pro. Per Pagliari si tratta di un ritorno alle origini: i primi passi da allenatore del marchigiano furono, infatti, mossi nel Salento, a Casarano, nel ruolo di vice di mister Gianni Balugani, autore di una delle stagioni più entusiasmanti delle Serpi. Allargando l’orizzonte alla Puglia, sono da evidenziare anche i tre anni di B nelle Giovanili della Fidelis Andria tra il 1993 e il 1996, annate di splendore del calcio federiciano.

Reduce da Pisa – Il ricordo più nitido dei tifosi giallorossi al nome di Dino Pagliari è quello relativo al 2-0 della scorsa stagione inflitto dal Lecce al “suo” Pisa, partita caratterizzata dalle tre espulsioni dei toscani, capaci di finire la partita in otto a causa dei rossi rimediati da Rozzio (al 38’), Pellegrini (61’) e Cia (62’). In quel match, nonostante la vittoria giallorossa maturata in scioltezza, i nerazzurri del tecnico maceratese non sfigurarono. L’esperienza col Pisa, finita un anno fa dopo l’esonero del 23 dicembre 2013 rimediato dopo la sconfitta casalinga contro l’Esperia Viareggio di Cristiano Lucarelli, rappresenta l’ultima tappa della lunga carriera di Dino Pagliari, ex calciatore di Fiorentina, Vicenza, Ternana, Spal e Maceratese. Sotto la Torre Pendente, l’avventura cominciò nel febbraio 2011, dopo la chiamata a sostituzione di Leonardo Semplici. Il rendimento del suo primo Pisa fu da playoff: 8 vittorie, 2 pareggi e 2 sconfitte tolsero senza molti patemi le castagne dal fuoco e l’en-plein nei 5 match giocati all’”Arena Garibaldi”, caratterizzati dal gran rendimento del centrocampista ex Empoli Jacopo Fanucchi, portò la salvezza con una giornata d’anticipo. L’anno dopo Pagliari non riuscì a rispettare le ambizioni di grandeur del Pisa, infatti, seppur dopo un avvio incoraggiante, la società neroazzurra lo sollevò dall’incarico dopo un inizio 2012 nero, chiuso dalla sconfitta col Lumezzane, anticamera del 7° posto poi raggiunto con il neomister Pane. Poi il Pagliari-Pisa bis. Il marchigiano fu richiamato dal presidente Battini nel marzo del 2013, intento ad affidarsi sulla verve del marchigiano per cercare la promozione in B dopo le due sconfitte contro Catanzaro e Nocerina che costarono la panchina proprio a Pane. Pagliari dette un’impressionante accelerata al Pisa, vincendo sei partite su sei ed entrando prepotentemente nella griglia playoff con il quinto posto in campionato. Nel post-season il sogno sfumò all’ultimo. L’emozione regalata dal gol squarciagola di Favasuli al “Curi” di Perugia, rete del 2-2 che valse la finale dopo il 2-1 dell’andata, fu vanificata dalla doppia finale contro il Latina: la marcatura di Barberis, dopo lo 0-0 dei primi 90’ a Pisa, fu solo un’illusione: furono i pontini a conquistare la B grazie al pari di Jefferson al 45’ ed alle reti nei supplementari, per il 3-1 finale, di Cejas e Burrai. Qualcuno, a Lecce, ne sa qualcosa di un andamento così.

I subentri– Quello di Pisa non è l’unico importante subentro di Dino Pagliari. Il curriculum dell’allenatore marchigiano, dopo le esperienze con la Vis Pesaro e con la Maceratese, è caratterizzato dal primo rientro in corsa nella stagione 2003-04, quando Pagliari prese il timone del Chieti, in C/1, dopo l’interregno di Carlo Florimbj a sua volta seguito a Roberto Alberti. La gestione fu più che vincente: i neroverdi lasciarono presto la zona playout e Pagliari firmò il record di punti in C (41) con un campionato concluso a ridosso della zona playoff grazie all’esplosione di un giovane del Torino più che interessante che rispondeva al nome di Fabio Quagliarella. Il secondo subentro della carriera, in quel di Ravenna, fu meno dolce, anche perché non rappresentò la bella continuazione della promozione dell’anno prima: l’avvicendarsi con Franco Varrella (suo sostituto sia dopo l’inizio che dopo la seconda chiamata terminata nell’aprile 2008) non dette risultati soddisfacenti alla squadra romagnola, retrocessa dopo il 20° posto in graduatoria. Di ben altra pasta fu l’arrivo a Lanciano, nel gennaio del 2009 sempre in C/1: Pagliari alimentò le speranze salvezza dei frentani grazie ad un rendimento formidabile tra le mura amiche (6 vittorie, 1 pari ed una sconfitta), conquistata poi nel doppio confronto playout con la Juve Stabia.

Quell’anno da incorniciare – Il picco più alto della carriera del marchigiano, caratterizzata anche dalle panchine a Macerata, Pesaro, Fermo, Alessandria e Frosinone, è senza dubbio la stagione 2006-2007, alla guida del Ravenna in Serie C/1. Con i giallorossi romagnoli, Pagliari conquistò la promozione in Serie B in un atipico Girone B, costruito dopo la divisione trasversale dell’Italia che ha mischiato le compagini dell’Italia centrale. Il Ravenna, schierato con un 4-4-2 caratterizzato dai “gemelli del gol” Davide Succi – Vincenzo Chianese e dagli inserimenti di un allora ventenne Francesco Volpe, ha dato vita ad un entusiasmante duello con l’Avellino. La sfida contro i biancoverdi campani durò fino alla penultima giornata e fu poi vinta grazie al pareggio conquistato in quel di Teramo dopo il punto di non ritorno della giornata precedente quando, mentre il Ravenna regolava la Juve Stabia tra le mura amiche, la Sambenedettese sconfisse gli irpini al “Riviera delle Palme” permettendo la definitiva fuga verso la promozione diretta alla banda di Pagliari. Quel Ravenna costruito ad immagine e somiglianza del tecnico di Macerata, aveva in sé tanti punti che possono aprire spunti di discussione ai tifosi salentini, come tante squadre vincenti in C/1-Lega Pro. La difesa, davanti all’esperto portiere Capecchi, era un reparto roccioso costituito da over 30 o quasi (Fasano, Gorini, Anzalone, Dei, tutti “cagnacci di categoria”), fatta eccezione per l’allora rampante Dicuonzo, in prestito dalla cantera della Juventus. In avanti, Pagliari fu il coordinatore dell’esplosione di Davide Succi, 18 reti nell’annus mirabilis della promozione in B ed ora in A col Cesena. Il ravennate era coadiuvato dall’esperto Vincenzo Chianese, ex leone della cadetteria. A centrocampo le eccezioni: il cuore e i polmoni di Pizzolla e del veterano Sciaccaluga crearono il proverbiale mix vincente con il brio dei giovani Calzi ed Aloe. La macchina vincente di Pagliari interruppe il suo viaggio sulla costiera ravennate nella successiva stagione in cadetteria, con una rosa stravolta, dopo la sconfitta nel derby romagnolo contro il Rimini. Nel calcio otto anni possono assomigliare a un’era, ma il rendimento di Dino Pagliari, soprattutto nei recenti rientri a stagione in corso, deve far sognare la tifoseria giallorossa, finora fin troppo fredda per l’arrivo del tecnico marchigiano.

 


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