Un gioco di anime

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coppiaUn’immensa pineta, alti alberi con folte chiome. Sul terreno, innumerevoli aghi di pino ed un’erbetta sottile e verde. Poco distanti di lì, l’ombra di una piscina enorme per altezze di ogni età, che in un tempo lontano era stata gioco e divertimento, ma che ora era soltanto uno scheletro inquietante. Sullo sfondo una struttura che poteva accogliere oltre mille persone.

Per accedervi un grande cancello grigio, un vialetto lungo e una fontana di gradini bianchi. Era un orfanotrofio, di quelli costruiti intorno agli anni ‘60.

Era la prima volta che lei vi entrava, ed era da sola. Si guardò intorno, un po’ spaesata dalle gigantesche dimensioni dello stabile e dai freddi colori in sintonia col significato del luogo.

Anche se,  essendo  la  casa di tanti bambini infelici e soli, in attesa di qualcuno che si ricordasse di loro, lei si sarebbe immaginato qualcosa di colorato, di aperto, di fresco, che potesse dare un’idea di speranza. Quello che vide, invece,  fu grigio, bianco, nero. Sperò di poter diventare faro di luce per tanti bambini le cui storie erano fra le più disparate: alcuni, di certo, avrebbero avuto bisogno di luce. Ed anche lei…

Mentre camminava per quel vialetto, guardandosi intorno, lo vide. Sedeva, solitario, su uno dei tanti gradini della struttura, sporco di cenere e di resina. Aveva un jeans largo e una maglia nera, una fascia in testa e un libro in mano. Non sembrava  un tipo socievole ed espansivo. Almeno, questa l’impressione che dava.

Lei indossava sempre maglie larghe bianche, pantaloncini di tuta e legava i capelli in una lunga coda di cavallo. Come frontino, i suoi occhiali, che indossava mattina, pomeriggio e notte, senza distinzione alcuna, quasi fossero i suoi compagni migliori e più fedeli per poterla difendere e farle scudo incontrando gli occhi nudi di un altro essere umano.

La cosa la spaventava. Aveva paura di perdersi negli occhi di qualche uomo, aveva paura di amare di nuovo perché amare significava sempre e comunque soffrire … E lei non ne aveva più la forza.

Ricordava lucidamente i pianti e le lacrime, l’angoscia di restare da sola e di essere abbandonata. Cosa vi è di peggio di un abbandono? Un gesto meschino, cattivo, atroce, crudele che ti priva della libertà di scegliere, che ti priva della possibilità di fare meglio, di poter cambiare qualcosa per fare di più.

Sei impotente e devi solo subire.

Lei aveva subìto abbastanza e aveva capito di dover contare solo su se stessa, solo sul suo amore, sulle sue forze, sui suoi pensieri e le sue idee. Aveva capito che l’unica persona da cui non poteva fuggire era da sé, l’unica che non avrebbe potuto abbandonarla.

Ogni uomo ha paura della solitudine, in fondo siamo tutti animali sociali; abbiamo bisogno dell’altro, del suo amore, delle sue attenzioni, dei suoi silenzi, delle sue parole. Ne abbiamo bisogno come un fiume ha bisogno di acqua per esistere.

Lei ne aveva paura ma ne aveva bisogno. Un bisogno forte, pulsante, una necessità spinta dal cuore, dalla mente e dai sensi. Pensava che se tutti avessimo una persona a farci compagnia, molto probabilmente non esisterebbe la malinconia.

Lo guardò, da lontano, di sfuggita, e sentì di aver bisogno di lui. Come una calamita attratta dal ferro.
Anche lui, come lei, aveva sofferto e aspettava, inerme, che la vita gli regalasse un’altra gioia. Ma questo lo seppe soltanto dopo.

Si sentiva spaesato, come se il mondo non gli appartenesse più o, viceversa, era lui che non si sentiva più appartenere ad esso.

Trovava futili tante cose. Tutti quei sorrisi finti, quelle parole buttate al vento e dette, random, a chiunque fosse di passaggio nella sua vita. I suoi amici lo facevano. Lui no. Non ne sentiva la necessità. Preferiva star seduto, lì, solo, ad osservare gli occhi dei bimbi, a leggere infinite righe di libri che lo portavano lì dove non era mai stato, in posti nuovi, diversi, migliori. Con la fantasia riusciva ad inventare mondi nuovi, pieni di amore, pieni di gioia, pieni di verità. Verità che non trovava intorno a sé, se non negli occhi dei suoi bambini.

Li amava di un amore puro e disinteressato, si concentrava su di loro perché sperava che, essendo loro il futuro, educati all’amore e all’attenzione, avrebbero potuto creare un mondo migliore. Nonostante i vuoti, le carezze mancate e mancanti, nonostante le separazioni forzate che nessuno al mondo avrebbe potuto spiegare e colmare.

Lei lo osservò tenere il suo libro in mano e giocare coi bambini, parlare con loro, riderci insieme. Lo vedeva  a suo agio, lo vedeva felice e questa felicità lei la avvertiva su di sé. Come un sole che irradia tutto ciò che incontra. E dona calore.

Gli si avvicinò, si sedette accanto a lui e iniziò a giocare anche lei. Scoprirono che, insieme, erano una forza naturale.

C’erano mille sorrisi quel pomeriggio, tanti volti che emanavano luce e gioia. Era un’isola felice. Nonostante il grigio, il nero, il bianco, l’importante sono i colori che tu hai dentro. E loro due, insieme, formavano  un arcobaleno meraviglioso.

Rimasero lì per ore a giocare, a parlare. “Che libro leggi?” chiese lei, incuriosita. “E’ un libro che tratta di psicologia e buddismo.” Rimase affascinata e stupita. In tanto vuoto aveva trovato qualcosa di buono ed interessante. Lui, coi suoi ricci ribelli che stuzzicava in continuazione.Lei, con la solita mania di mangiucchiare le unghie. Profondamente insicuri, forse spaventati, ma uniti in uno spettacolo di anime che si inseguono perché sentono di essere l’una legata inestricabilmente all’altra.

Vi era una atmosfera nuova, dove la loro insicurezza li avvicinava, li rendeva simili e li spingeva a non aver timore. La cosa più bella in assoluto era che lui riusciva a farla ridere. Risero per ore, senza fermarsi mai. Lei aveva sempre creduto che ridere fosse il modo più bello per affrontare la vita, con le sue prove e i suoi dolori. Ridere con lui la faceva sentire viva; si sentivano complici di una realtà diversa, di un mondo a parte, ove non servono parole scontate per dimostrarsi un amore ma solo sguardi, sicurezze, risate, silenzi e tanta, tanta complicità.

Si sorrisero e capirono che non sarebbero stati mai più da soli, nonostante la vita e quello che questa aveva in serbo per loro e che mai prima di quel momento, si erano sentiti cosi vivi. Si guardarono negli occhi, si presero per mano e iniziarono il loro turno insieme. Lì, in un orfanotrofio di anime alla deriva. Dove era facilissimo perdersi per sempre. Dove talvolta ci si poteva trovare.

I bimbi attorno a loro, quella sera,  saltellavano felici.

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