Lecce, l’analisi: passi di un fallimento

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Lecce – Raccontare un fallimento, anche se previsto visto l’andamento delle ultime giornate, è diventato per la terza volta l’epilogo della stagione del Lecce, questa volta sfumata ben più lontano rispetto alle due finali dei primi campionati della gestione Tesoro. Fallimento, ahinoi, è la parola più giusta per descrivere questa tribolata stagione; fallire, appunto, anche l’ingresso nei play-off non rientrava assolutamente nella tabella degli obiettivi, a sua volta rivisitata dopo la fine della gestione Lerda.

Come a inizio campionato, descrivendo la ricetta giusta per il successo, si esaltava il coordinamento tra tutte le componenti, anche nel fallimento si deve avere la giusta forza e la giusta lucidità per evitare la ricerca del capro espiatorio, ampliando la veduta a molteplici ragioni che hanno impedito il miglior funzionamento alla macchina giallorossa.

Passi falsi – È indubbio ricordarlo sempre. Nel computo dei potenziali punti che mancano entrano sicuramente tantissime partite mal giocate su tutti i fronti dai giallorossi, sia sul fronte mentale che tecnico. Evitare la sconfitta, raccogliendo almeno un pari, su campi come Ischia, Reggio Calabria ed in casa contro il Martina avrebbe sicuramente dato un sapore diverso alla corsa finale verso i play-off. La mancata continuità è stata il reale punto debole di una squadra incapace di fare la voce grossa lontano dal “Via del Mare”. I numeri in trasferta sono impietosi, soprattutto se si pensa al primario obiettivo dell’accesso diretto in cadetteria: 5 vittorie, 5 pareggi e ben 9 sconfitte (11 con i due capitomboli casalinghi contro Martina e Salernitana) formano uno score totalmente diverso dalle squadre pronte a giocarsi la B nel rush finale.

Elementi – Da molti additato come uno dei principali artefici della dipartita stagionale, il d.s. Antonio Tesoro non è di certo esente da colpe nella gestione della rosa e del calciomercato, difetti che comunque devono essere ponderati con l’instabilità del quadro tecnico (Bollini arrivato in panca nel pieno del mercato di gennaio) che ha dato innumerevoli e vari bisogni da soddisfare. Partendo dall’ultimo step del calciomercato invernale la mancanza del Lecce, diventata poi una voragine dopo i quattro turni di squalifica, è stata la dipendenza totale da Davide Moscardelli, insostituibile sia nel rendimento in campo sia come terminale offensivo. A tal riguardo, viste le scelte tattiche operate dal tecnico mantovano, forse sarebbe stato utile trattenere Della Rocca, ora festante per la B raccolta a Novara, o ingaggiare una punta “di scorta”. È vero che il Lecce ha espresso un bel gioco con il 3-5-2 anche senza Moscardelli (vittoria col Benevento su tutte) ma la storia della Lega Pro sancisce che i campionati ed i salti di categoria, oltre che con la summenzionata continuità, si conquistano con gli arieti d’area. Il Lecce, fatto salvo il rendimento fantastico di Moscardelli che ariete non è, ha sofferto tantissime volte di questo problema. Tante occasioni accumulate e non sfruttate possono alleviare il post-partita, ma negli annali purtroppo non c’è spazio per i se ed i ma, resta il risultato, e negli annali resterà il terzo anno consecutivo di Lega Pro “conquistato” già a maggio nonostante i propositi della vigilia.

Gioco e mente – Lo sfogo di Daniele Mannini dopo il 3-0 contro l’Ischia a cercare quasi di cancellare un’annata vissuta da terzino adattato apre inesorabilmente il vaso di Pandora del capitolo relativo al gioco, irrimediabilmente figlio delle scelte di programmazione. La mancata continuità in campo, come per l’intero quadro, appare collegata all’incapacità di affrontare col piglio giusto avversari dal calibro diverso. Non si spiegherebbe altrimenti il calo di rendimento e di tensione tra i successi senza repliche in casa delle battistrada Salernitana e Benevento ed i singhiozzanti risultati contro avversari apparentemente più abbordabili. Ad essere maligni poi, specialmente per il filotto casalingo di vittorie della gestione Lerda, andrebbero analizzate delle prestazioni chiuse da successi di misura con non pochi rischi (Barletta, Cosenza, Lupa Roma). Se è vero che nel calcio è impossibile imporsi sempre facendo del bel gioco, è altresì vero che proprio nell’approccio mentale il Lecce ha peccato, mancando di quell’animus da squadra vincente capace di gettare il cuore oltre l’ostacolo in situazioni più faticose, specialmente in caso di passivo. Tornando allo sfogo di Mannini, il suddetto animus, come detto scherzosamente da innumerevoli anni, non si compra al mercato, magari in saldo, bensì si costruisce quotidianamente sul campo di allenamento.