Dalla politica “militante” alla politica “partecipata”

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Mi sono trovato spesso a ragionare sulle modalità con le quali si esprime il consenso politico, non solo rispetto alle scadenze elettorali ma anche nella quotidiana valutazione della gestione della Cosa Pubblica. Gli italiani sono caratterizzati da secoli dalla tendenza alla polarizzazione, su qualsiasi argomento: basti pensare alle dispute politiche ormai lontane nel tempo. Siamo figli dell’Italia dei Comuni, dei Guelfi e Ghibellini…

Ci risulta quindi facile seguire questo schema anche nel nostro tempo, a proposito di sport (Coppi o Bartali, juventini o anti-juventini), di tecnologia (la Mela o Android?).

Nella lingua italiana, questa attitudini a schierarsi, prescindendo dalle analisi razionali e affidandosi CIECAMENTE alle posizioni della parte scelta, ha un nome: TIFO. E il riferimento originario ad una malattia non a caso sottolinea la perdita della lucidità necessaria a farsi una propria idea basata sui fatti o, almeno, su quelli che ci appaiono tali. Oltretutto tifare ci deresponsabilizza, nel senso che basta seguire qualcuno che ragiona e argomenta per noi, togliendoci la “fatica” di usare i nostri neuroni, pur frutto di una evoluzione che ci ha portato a distinguerci dalle scimmie. Succede purtroppo anche in politica, sia che se ne parli a livello di ideologie, di alternative di governo del Paese, di amministrazioni locali. In quest’ultimo caso entrano in gioco perfino le “famiglie”, con la caccia al candidato con la “razza” più lunga….

Certo questo ha indubbi vantaggi, e non solo in politica. E’ il modo più facile per attrarre e orientare consensi, a tutti i livelli: messaggi semplici, che ci fanno identificare con la “fazione” e che ci fanno sentire parte di un gruppo che ci riconosce e che ci rappresenta. Non a caso è il primo meccanismo di aggregazione per gli adolescenti. Peccato che i diritti politici riguardino gli ADULTI…

Ho sempre pensato che sia molto meglio portare le persone su alcune posizioni attraverso i ragionamenti, la razionalità, condividendo i percorsi logici che conducono a quella convinzione. Detesto invece chi chiama a raccolta giocando sulle paure, sulla rabbia, sull’ignoranza (nel senso di scarsa conoscenza), sull’appartenenza ad una categoria, ad una classe sociale, ad un territorio, ad una “famiglia”, sempre con una logica di scambio, pur a volte legittimo. E questo soprattutto avendo cura di omettere le proprie proposte di soluzione dei problemi, la propria ricetta, le proprie idee costruttive.

Viviamo in tempi difficili, di scarse risorse, nei quali è necessario mettere da parte queste logiche di tifo, di individualismo personale o di gruppo (passatemi l’ossimoro), nella politica come nell’economia. La razionalità deve poter prendere il sopravvento, perché è il confronto tra le idee che può aiutarci a trovare le soluzioni, e questo è possibile solo se ci si riconosce, ci si rispetta, si mettono da parte i pregiudizi, i “che c’è dietro”. Il contrasto è legittimo, ma proponendo alternative o cercando mediazioni, non delegittimando chi la pensa in modo diverso perché non appartiene al nostro gruppo.

So già che molti pensano che questo discorso sia da ingenui, da idealisti (che offesa!), da persone che non conoscono la vita. Altri saranno già caduti nel “che c’è dietro”… Ma fermiamoci a riflettere: aprire la mente conviene a tutti. Questa agorà serve anche a questo.

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