Ti dicevo del mio amore

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Lettera

Cosa si fa per non morire. Per prendere la vita ai lembi imputriditi dalle lacrime, strizzarli, metterli ad asciugare al sole e tentare di sorridere ancora. Non so cosa si fa.

La colpa è del tempo, che passa e fa marcire tutto: la pelle, gli occhi, il cuore e la mente. Cestinare tutto. Cestinare quei solchi tracciati dalla felicità antica e rivolgere il volto verso il Cielo, per afferrare un raggio di sole che somigli a un respiro d’aria buona.

Ricominciare con il fermo intento di pensare all’esistenza come a uno stato mentale e modellarne i contorni, e dipingerla con colori pazzi e sorridere di sé stessi e della propria maschera, tenendo bene in caldo la rabbia di tutto quel che non può più essere. Rassegnarsi. Spegnere la radio. Accendere un caldo camino, aprire l’ombrellone.

Tutte bugie. Tutte bugie, ragazza mia.

Quanti anni hai?

20 anni. Io li ho avuti ieri. Solo ieri, anche se il tempo dice il contrario. Ho vissuto mille vite, molte belle. Ma me ne accorgo solo ora, che ho deciso finalmente di buttare nell’inceneritore tutto quello che ho sbagliato.

Con mio padre e mia madre, al caldo dei loro abbracci che mi proteggevano da tutto. E che mi facevano volare e toccare il cielo su una sgangherata altalena e mi portavano all’asilo col grembiulino bianco e le treccine e i calzini corti da bambola.

– Ma quante belle figlie, madama Dorè, ma quante belle figlie –  … e tutte le bimbe a cantare girando in cerchio nel cortile assolato della nostra scuola che profumava di glicini e vecchi quaderni.

Ma non voglio annoiarti coi miei ricordi.

Voglio solo parlarti di un amore, che quello conta e segna la vita. La marchia e non sempre nel bene.

Voglio parlarti della libertà e della rinuncia, dell’egoismo e del senso di colpa. Oggi potrei dirti che devi fuggire  da tutto ciò che ti può fare male e prendere ciò che desideri, inseguire i tuoi sogni veri e non barattarli con niente al mondo. Meglio piangere e struggersi, meglio avere rimorsi che rimpianti secchi come la gramigna nei prati d’inverno.

I prati d’inverno sono tristissimi e anche se tanti passi li calpestano, loro sono soli e sembrano fantasmi senza anima, perché la bella stagione è finita, così come l’autunno a cui si erano aggrappati per sperare di non morire.

Ma è arrivato l’inverno e sono morti.

Beati i pazzi. Forse loro sono felici, perché non conoscono le stagioni.

Ti dicevo del mio amore…

Era immenso e celeste, terreno e sensuale. Brivido di carne e batticuore.

Un uomo bello, con forti braccia e occhi neri da brigante. Che quando mi guardava nei silenzi dell’amore mi entrava nell’anima e mi portava in una dimensione che non è di questa terra.

E mi sembrava che lui provasse le mie stesse sensazioni, perché lo specchio rimanda sempre l’immagine che riflette. Oh, quanto era bello il mio amore, vissuto nelle notti di plenilunio, sulla spiaggia fredda di notte, un appuntamento fisso, un luogo nostro, vissuto come un gioco spesso melodrammatico.

Finì, quella relazione.

Doveva finire, era scritto nel Cielo. Oggi potrei dirti che questa storia del destino è un’emerita sciocchezza, che la vita è scelta, è libertà e che in fondo non facciamo niente che davvero non vogliamo fare. E viceversa.

Lui scelse di andarsene, lasciandomi il fardello di quello che era stato, di quello che poteva essere, e di quello che io sognavo. Follia.

Ho imparato, però, che tutte le persone della terra soffrono per un amore non ricambiato o finito.

Così me ne sono presa la croce sentendomi quasi una predestinata e ho continuato a tenerlo in me per lunghissimo tempo. Per tutto il tempo.

Quello in cui da sola salivo scaloni di pietra simili a montagne rocciose o nei tramonti sul nostro mare, in tutti i passi spesi su questa terra bella, in una solitudine che ha inaridito l’animo mentre mi illudevo che nutrisse  i sogni.

E ho scelto di vivere così, perché lui di tanto in tanto tornava. Aveva la sua vita, credo felice, ma in fondo restava un uomo solo. Anch’io avevo la mia vita, ma credevo fosse finzione.

Ho imparato anche questo, ragazza mia. Si nasce soli e così si muore… E anche nel cammino lo siamo.

Chi, infatti, può entrare dentro di noi davvero? Le rassicurazioni, le felicità, i sorrisi, le lacrime sono solo nostre. Così come l’idea di infinito. Siamo registi che assegnano le parti, e spesso teniamo per noi le comparsate. Parliamo d’amore e non amiamo noi stessi.

E passano i giorni lentamente, salvo fermarci un giorno, guardare il calendario e renderci conto che sono trascorsi decenni. E conti rughe e ferite, vedi un corpo finito e cerchi con ogni mezzo di ritrovare una te stessa che non esiste più. Perché la vita ha molte stagioni e ognuna trasforma corpi e menti, presente e sogni.

La trappola è lì, pronta a farci cadere, ad accoglierci nelle sue braccia maligne.

Ed io ci sono caduta. Ho conservato quell’unico antico amore per conservare me stessa. Una vanità infinita e una stupidità che credevo non potesse essere. Ma che era ed è stata. Una chiusura che ha invalidato l’intera esistenza. Povera donna, che pena.

Non farlo, ragazza. Non lasciare che la vita ti sfugga dietro al nulla. Vieni tu prima di tutto. Tu e la realtà. Ci sono sogni che è opportuno lasciare andar via.

Vuoi che ti racconti del mio amore?

Non è mai tornato da me. Mai. Anche se mi ha sussurrato tante parole che alimentavano i miei giorni, ora so che si trattava di veleno. Lentissimo, senza antidoto, mortale.

L’ho rivisto un giorno. E l’ho riaccolto in me, nel mio corpo che l’ha desiderato per sempre come in preda ad un maleficio eterno.

Ed ho taciuto anche allora.

Ma forse l’incantesimo era finito, come i sogni al mattino, semplicemente. Ho pensato tanto a noi, ancora una volta. Ho  rivisto la scena dei nostri incontri e l’intero film. Noioso, lungo, di serie B.

Povera donna.

Non ti dirò che quell’uomo è tuo padre, ragazza mia. Perché in realtà non lo è. Un suo piccolo seme che solo per distrazione è entrato nel mio grembo in una notte di luna piena, non fa di lui un padre.

Fa di lui il nulla.

E adesso vai e non lasciarti intristire da un racconto scarno e scadente. Il racconto di un non amore.

Vai e fai attenzione alle parole che pronuncerai. E a quelle che ascolterai.

Perché potranno regalarti la felicità o ucciderti.

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