Un paese qualsiasi

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Al mio paese si stava male.

Le notizie erano di tutti.

Non c’erano amori nascosti, figli segreti, dolori taciuti.

Al mio paese eravamo una grande, orrenda famiglia.

I giardini erano le strade ancora povere d’auto, non c’era verde attrezzato per i bambini, ma c’era la campagna: un’assolata, secca, immensa campagna.

C’era l’Azione Cattolica, fucina di giochi e mezze preghiere; c’era la Chiesa con la messa domenicale delle 10, i ragazzi che cantavano sulle note di una chitarra beat, sentendosi un po’ Beatles un po’ Cugini di campagna! Che paese moderno!

C’era il campo sportivo e pure la scuola media. Paese evoluto.

Le abitazioni erano “per dritto”, casa, cammara e cucina; non c’erano le stanze dei bambini, ma in fondo a che servivano?

C’era una sana promiscuità. Si spera.

C’erano pochi medici, tutti amici dei loro pazienti, una confidenza assoluta. Andavi allo studio e ci potevi trovare il cane a scodinzolare. E non solo. Venivano a casa tua e mangiavano con te.

Alla “Comune”, che non era un posto per hippies, c’era il pacioso, rassicurante, riverito Sindaco, sempre quello da decenni, figura solenne insieme al Parroco, ai medici, ai farmacisti.

Era un paese con tanti bambini, con tante mamme e tanti nonni.

I papà spesso andavano a versare il loro sudore in lontanissime industrie straniere e lì ci lasciavano per sempre la loro voglia di sorridere alla vita.

Un paese di emigranti.

Che quando tornavano, era una festa per tutti.

Portavano in paese le scoperte, come gli zingari a Macondo, le auto grandi, con manubri ricoperti di pelliccia, ciondoli e amuleti appesi agli specchietti; regalavano soprammobili di finta porcellana raffiguranti animali feroci, tappeti a forma di bestie squartate ed un’enormità di stecche di sigarette e cioccolata.

Erano indubbiamente e stilisticamente orrendi anche loro, ma per la gente del mio paese rappresentavano gioia pura, sia perché grazie ai loro ritorni si riallacciavano in un istante rapporti sospesi dalla distanza, sia perché erano gli unici turisti che venivano al mio paese.

Un turismo al contrario. Un turismo triste. Un turismo di ripartenze dolorose.

Al mio paese c’erano due feste grandi.

Arrivavano carrozzoni pieni di balocchi e canzoni, giostre sempre più divertenti e strane, e per i bambini era quello il tempo del divertimento puro, anche se non si avevano i soldi per fare un giro sulle giostre, anche se non si potevano comprare i giocattoli esposti sulle bancarelle.

Bastava un lento passeggiare sulla vie principali, ammirare il paese vestito e illuminato a festa, godersi i fuochi d’artificio e si era felici; e si pregavano i Santi protettori di esistere.

La processione, poi, era un’occasione unica per mostrare i propri abiti e fortuna che le due feste capitavano in due stagioni opposte, così d’estate si andava in abitini ricamati e d’inverno si sfoggiava il cappotto nuovo, non come quello della Carmelina che glielo aveva passato sua sorella grande.

No, proprio nuovo, appena comprato.

Al mio paese si nasceva in mezzo alla gente, una fantastica rappresentazione teatrale, con buona pace della protagonista principale che soffriva le pene dell’inferno.

Ai primi dolori si mandava a chiamare la ”mammara”, altra figura sublime e riverita, che iniziava il suo lavoro in mezzo a stuoli di donne che badavano ai bambini, bollivano l’acqua, strappavano lenzuoli immacolati e compivano, precise, quei riti tramandati da madre in figlia come un susseguirsi di stagioni.

Al mio paese era bellissimo morire e quanto più era giovane il morto, tanto più era bello partecipare al funerale.

Vi si trovava gente che piangeva disperata, tutti portavano fiori e raccontavano a ritroso i dettagli della vita del povero defunto, elencandone doti eccelse e pregi unici.

Sembrava che al mio paese morissero solo persone buone.

Ma forse al mio paese erano tutti buoni, nessuno escluso.

Al corteo funebre la banda precedeva il feretro e suonava note sconosciute a tutti, ma dolci e tristissime e Dio solo sa com’era bello con quel sottofondo straziante, lasciarsi andare alle lacrime e a sfoghi disperati.

E pazienza se proprio in quel momento ognuno pensava ad altri intimi e personalissimi  patimenti.

Il risultato non cambiava.

Era davvero stupendo morire al mio paese.

Ma a 20 anni non si poteva vivere aspettando un funerale.

Così i più lucidi di mente, diciamo così, i più sensibili ai messaggi dei pochi mass media, quelli che per studiare erano andati in città, cominciarono a fare le valigie.

Il mondo era altrove.

Dove c’erano grandi palazzi in grado di contenere, uno solo, tutti gli abitanti del mio paese, dove le case avevano bagni e stanze per i bambini che nascevano in ospedale, senza che nessuno al mondo, esclusi i parenti stretti, ne avessero gioia ed emozioni.

Dove per avere una ricetta medica, dovevi metterti in fila, attendere il tuo turno per ore e alla fine farti ricevere da un anonimo, sconosciuto, professionale medico in camice bianco, che certo non sapeva chi fossi e di cosa soffrissi.

Né poteva conoscere quel tuo inconfessabile dolore nell’anima.

Dove potevi vestirti o anche denudarti come ti pareva, tanto nessuno badava a te.

Dove, se avevi voglia di parlare, parlavi con te stesso.

Dove c’era tanto verde attrezzato per bambini che non si conoscevano tra loro, trascinati e protetti dalle loro madri neppure fossero a contatto con simili malati di un morbo raro.

Si chiamava discrezione.

Dove presto quei giardini si riempirono di siringhe desolate.

Dove la morte non era altro che un appunto su un libro comunale.

Dove chi era fuggito dal mio orrendo paese, scoprì cosa fosse l’orrore.

E poiché tutti i salmi finiscono in gloria, molte valigie tornarono al mio paese coi loro carichi di delusioni, di sogni infranti, di solitudini e trovarono la solita orrenda famiglia con i cambi generazionali che di buono avevano prodotto poco o niente, figli minori di un’Italia grassa (anche se il mio continuava ad essere un paese povero, povero paese!), con parroci, sindaci, farmacisti succedutisi a iosa, con tanti medici, avvocati, professori, ingegneri, architetti, un paese dotto il mio paese; con i bambini che ormai non nascevano più in casa; con le solite amate feste e con i pettegolezzi che continuavano a cibare i più.

Al mio paese solo morire era rimasto uguale a prima.

Non so dire quanto fosse stato utile aver percorso migliaia di chilometri in giro per il mondo per arrivare alla conclusione che valeva vivere al mio paese solo per gustarsi un magnifico funerale.

Un altrui magnifico funerale.

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