L’Aquila, 6 aprile 2009, ore 3,32

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Luca non ci credeva. Viveva nella bolla tonda di un sogno perfetto. La felicità abbagliante della serata appena trascorsa gli serrava la mente e gli occhi in una cascata di sensazioni e immagini che già occupavano il posto d’onore della sua esistenza. Del sonno neppure l’ombra. Sorriso ebete sul viso, adrenalina e desiderio immenso di rivivere ogni scena. Fantastica quella sensazione che ti fa sentire un leone in grado di combattere e vincere ogni ostacolo. Sorriso imperituro e ali all’anima.

Lei gli aveva detto di sì. Ed era stata la prima volta. Se lo chiedeva spesso perché tra tutte le ragazze del mondo proprio lei si fosse incagliata negli angoli del suo cuore e lì fosse rimasta per mesi lunghissimi, difficili e fatti di mille no mentali. Eppure ragazze belle e disponibili ce n’erano. Eccome se ce n’erano.

Niente da fare. In ogni sorriso, in ogni carezza, in ogni incontro sconosciuto lui vedeva lei.

E nei capelli lunghi e neri e negli occhi scuri e nelle gambe lunghe e sottili e nei svolazzanti foulard e nei giacconi imbottiti, sotto gli ombrelli aperti, nelle nuvole di fumo di respiri freddi, nelle note delle canzoni, sulle cime delle montagne che facevano da sfondo ai suoi giorni.

Lei. Qualcosa che somigliava a un sentimento sconosciuto e a un dolore consolante. L’amore?

E chi sapeva cose fosse l’amore?

Studiavano insieme i due ragazzi. Università. Entrambi fuori sede. Amici.

Quell’amicizia che prima ti piace e basta ma che poi cambia, si trasforma e comincia a non essere più sufficiente a reggere un legame; che spesso maledici, perché limita i confini di una relazione in cui non ti riconosci, che determina uno spazio ristretto, definito e decisamente scomodo.

Luca escogitò mille strategie, fu per lei il compagno di studi, il padre confessore, la spalla su cui piangere, l’abbraccio che consola, il comico irriverente, il gatto da coccolare, e tanto altro ancora. Che non bastava.

Perché il cuore non si placava e cavalcava come impazzito nel suo petto fiero.

Non bastava al desiderio di condividere intimamente spazi fisici. E, non ultimo, a quello di stringerla tra le braccia, entrare in lei e rimanerci per sempre. Perché sapeva che quello era il suo posto nel mondo.

Perché quel desiderio era ossigeno, casa, vita, futuro. Quel desiderio era tutto.

Non aveva mai parlato in modo chiaro con lei. Provava  terrore all’ipotesi che mettendo in parole tutto il suo amore o quel che era, lei sarebbe scappata. Aveva paura di perderla.

Così tacque per un tempo che gli sembrò eterno, in un limbo dolce che lo faceva navigare tra la scarsa considerazione di sé, la speranza sciocca che i nodi si sbrogliassero da soli, il masochismo di una sofferenza nutrita e cullata nei dettagli e la speranza propria della giovinezza.

Fortuna che le donne sono profondamente diverse dagli uomini. Non solo perché comprendono gli sguardi, leggono i segni celati, vanno oltre le apparenze, le parole e i comportamenti; ma anche perché decidono e agiscono.

Niente paura. Le donne non si nascondono.

Tutte quelle giornate trascorse insieme tra una lezione afferrata al volo in un campus piccolo, che quando dovevi cambiare padiglione diventava enorme, i tramezzini consumati a mensa, i nasi freddi di un inverno glaciale, i successi insperati di esami difficili, i distacchi temporanei, la gioia di ritrovarsi, i giovedì in discoteca, i film al cinema, le telefonate a casa, – ciao mamma, tutto bene – ; tra le tante cose che avevano fatto insieme, a lei non era sfuggita l’ansia del sentimento di lui che cercava di acquietarsi in ogni modo, con l’unico risultato che era diventato così evidente da farla addirittura sorridere.

Gli uomini sono davvero sciocchi e ciechi. Lui non si era accorto di niente. Né che lei sapesse, né che provasse le stesse emozioni di lui. Ma quando si abbracciavano non sentiva che il suo cuore rispondeva in modo sincronico a quello di lui?
E quel brivido che partiva dalla punta dei piedi per diffondersi in ogni parte del corpo in una sensazione unica e quasi feroce di appartenenza e il muso lungo prima di ogni partenza e la gioia di ogni ritorno e i mille messaggi al cellulare. E soprattutto gli occhi che accarezzavano ogni millimetro di quel corpo tanto desiderato.

Ma glieli aveva mai notati quegli occhi che cambiavano espressione non appena incontravano quelli di lui?

Evidentemente no.

Ma non si perse d’animo, la ragazza. E diventò donna. Lo prese per mano e lo guidò nella gioia di una scoperta che andava al di là di quella fisica. Lì sono bravi, gli uomini.

È d’amore che capiscono poco.

Fu dolce. Fu bello. Brividi e felicità che sembrava dovesse far esplodere qualche cosa nel mondo.

E poi risate, passando in rassegna i vecchi goffi comportamenti. E quella sensazione di gioia pura, così rara nella vita degli esseri umani, così riempitiva, così totale ed egoista. Così eterna.

Sapevano bene, i due ragazzi, che quella sera magica, comunque fosse andato il futuro, sarebbe stata come una pelle da non cambiare mai, da portarsi addosso per sempre.

E il calore di quella certezza diventò dell’universo. Come loro.

Si lasciarono dopo che lui l’accompagnò nella sua stanza, lì in collegio. Si staccarono con reticenza. Quella era notte da condividere, non da trascorrere da soli. Poco prima c’era stato allarme in collegio. Si erano avvertite nette delle scosse di terremoto, ma loro le avevano scambiate per sciame di felicità. Erano venuti dei tecnici per controllare che tutto andasse bene.

E andava più che bene. Ancora una volta niente paura. D’altra parte non poteva essere diverso. In una notte come quella non poteva accadere niente di brutto.

L’universo cospira per gli innamorati. Certo. Sicuro.

Ciao amore, a domani. Un bacio. E un altro. E un altro ancora. Un ultimo bacio. E il sonno che tarda a venire. E il sorriso ebete che continua ad avere la meglio su ogni pensiero sensato che ti suggerisce di riposare. E poi …

L’urlo straziante di una belva ferita a morte che grida nella notte tutto il suo dolore.

Ma non era una notte felice? Ma l’universo non cospira per gli innamorati? Ma gli ingegneri non avevano detto che era tutto a posto?

E muri che crollano su sogni giovani, su mani non vissute, su carezze non date e non ancora ricevute. E polvere che si infiltra nei polmoni che fino a un attimo prima avevano respirato amore, su promesse che non sarebbero state mantenute mai, su madri e padri che non avrebbero mai più abbracciato i propri figli, su sogni, speranze, futuro.

Come fragili steli spazzati via da un vento impietoso. Ma senza poesia.

In una notte resa nera dall’incuria degli uomini che uccidono altri uomini, indifferenti alle lacrime di abbandoni forzati e feroci. Dove la ragione non troverà mai una risposta che doni un minimo di consolazione.

Una nuvola infernale ad accompagnare la morte. Quella di bambini, donne, uomini, vecchi, ragazzi.

Tra loro c’era Luca. Un ragazzo di 22 anni che pochi istanti prima aveva conosciuto l’amore.

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