Regole zero

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regole zero

Il dodici Aprile 2012 la mia vita ha preso una piega diversa perché, da quella data in poi, è cambiato il mio modo di vedere le cose ed il rapporto con il prossimo. Mi ero iscritta ad un’associazione socio-culturale chiamata “Amici per sempre” per mettere in pratica  le competenze acquisite dopo anni di studi  presso la Facoltà di Psicologia. Lì ho conosciuto Vanni. Ricordo ancora, come se fosse oggi, le prime battute che ci scambiammo appena ci presentammo: “Ciao! Mi chiamo Samanta e sono una nuova collaboratrice. Tu? Come ti chiami?”

“Io sono Vanni. Sono qui da qualche settimana e sono venuto di mia spontanea volontà. Mi auguro che tu non sia banale come i tuoi colleghi, perché mi sono fatto già una pessima opinione su questo posto! ” Quella sua risposta fredda ed arrogante non mi lasciò niente affatto senza parole tanto che lo sbalordii  rispondendogli in maniera calma e ironica. Fu così che mi propose di fargli compagnia nei suoi “viaggi”. Quando notò la mia perplessità mi spiegò che partecipava alle attività dell’associazione da due settimane perché era convinto di trovare almeno uno psicologo che, anziché etichettarlo come  matto o sotto l’effetto di chissà quale droga, sapesse condividere i suoi viaggi mentali. Viaggi che Vanni considerava fossero frutto di un’ intelligenza fuori dal comune.

Da  psicologa sapevo che dovevo mantenere una certa “distanza” in modo da poter valutare le condizioni del paziente in maniera molto obiettiva. Decisi di mettermi alla prova con Vanni, pensai di muovermi con molta calma e, soprattutto, prima di giungere a conclusioni troppo affrettate capire  chi fosse e cosa cercasse di far capire agli altri. Il mio sesto senso mi diceva che potevo fidarmi di lui e, quindi, quando il giorno seguente mi chiese di accompagnarlo lo feci.

Mi portò nella sua camera. Era arredata con cura. Aveva una libreria colma di libri, le pareti erano ricoperte di arazzi con scene della vita medievale e per terra c’erano delle statuette africane; intorno ad un divano scuro di pelle c’erano cuscini rossi e blu  cosparsi di petali di rose rosse. Il profumo era inebriante. Tutto faceva pensare ad una persona particolare, ma non ad un paziente con un disordine mentale.

Mal celando il mio stupore, quando mi invitò  a sedermi su uno dei cuscini posti per terra, cercò subito di rompere il ghiaccio, invitandomi ad intrattenere un dialogo.

“Ti ho invitata per riflettere con me… Che ne pensi della nostra società? Si può vivere senza regole secondo te? Siamo numeri o persone? Io mi faccio sempre queste domande. Poi, per evadere dal mio mal di vivere causato dagli incessanti ritmi di vita, dalle imposizioni sociali e la continua lotta per la sopravvivenza, ho sperimentato un metodo per bloccare i pensieri. Ripeto un mantra che mi ricarica e così, da solo, sconfiggo le mie paure. Le parole sono queste: “Io posso essere quello che sogno di essere”.  Ma tu? Che tipo di psicologa sei?”

“Sono la persona che vedi con i tuoi occhi, che ascolta ed osserva bene  prima di giudicare ed che odia etichettare le persone.  Le regole sono importanti per mantenere un certo ordine sociale, ma se vengono viste o rese dall’opinione pubblica come mezzi per limitare la libertà di parola o pensiero, non credo siano utili…”

“Ah, bene. Resti comunque neutrale. Ora voglio vedere se è vero ciò che pensi… Se odi le restrizioni o se sei solo un’attrice passiva di questa società…”

A quel punto il giovane Vanni si alzò per sussurrarmi nell’orecchio: “Mi piaci Samy… ti ho sognata stanotte…”

Rimasi per un secondo come inebetita, poi sentendomi oltraggiata mi alzai e senza guardarlo in faccia gli dissi con freddezza che poteva dimenticare anche il mio nome.

Non gli detti nemmeno la possibilità di replica. Mi sentii così offesa che decisi di mollare tutto, anche il volontariato in quell’associazione.

Le parole di Vanni mi avevano fatto riflettere sull’etica del mio lavoro e mi stavano portando erroneamente alla conclusione che non fossi portata per quel lavoro.

Passato un mese dall’accaduto  mi capitava spesso di pensare a quel ragazzo che non sapevo inquadrare come matto: pensavo a lui come persona, ai suoi occhi e quello che mi stava per dire…

 Una sera, suonò il campanello, andai ad aprire la porta, era lui. Imbarazzata arrossii e gli chiesi perché fosse venuto. Le sue parole mi stupirono ancora, ma stavolta non mi ferirono, ma mi riempirono il cuore di gioia.

“Samanta.  Ti prego di perdonarmi. Mi spiace se ti ho offesa con le mie parole, e anche se è passato un mese il cuore  mi diceva che dovevo cercarti per chiederti perdono. Io… ti ho detto una bugia. Da circa due giorni ho conseguito la laurea in Sociologia e, nell’associazione in cui ci siamo conosciuti, stavo attuando un’osservazione partecipante e… mi sono davvero calato nella parte di un malato di mente per cercare di capire cosa potesse provare e le dinamiche che ruotano intorno. Con te però non dovevo comportarmi così. Anche se è vero che ti ho pensata e sognato spesso… Non è che ne vorresti parlare davanti una tazza di cioccolata calda? Gradirei chiederti che ne pensi del titolo della mia tesi ‘Regole zero’…”

E così presi una giacca a vento e lo seguii con un sorriso, quel sorriso che fa capire tante cose.

Sono sicura che, al di là del suo status sociale, se non fosse venuto lui a cercarmi presto lo avrei cercato.  Perché? Certe cose non si possono spiegare, inquadrare o psico-analizzare: quando ci si innamora così, a prima vista, il confine tra razionalità e follia è molto labile e sarei stata disposta anche ad andare contro corrente e cercare una storia con un pazzo, un pazzo che sogna una vita senza regole. Regole zero!

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