Una stupida

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Sono qui e cullo le parole.

Il messaggio si conclude con: Ti amo.
Il cuore salta, producendo un effetto eco in molte altre parti del corpo.

Leggo il suo nome e quelle due parole eterne e primitive, e non riesco a distogliere lo sguardo, non riesco ad articolare altri pensieri. Anzi uno sì. Stupida, stupida, stupida!

L’avevo incontrata per strada, a Lecce. In un sabato pomeriggio primaverile che dopo un lungo inverno, ci aveva trascinati fuori di casa come le lucertole dopo il letargo. La città era viva e bella come sempre.

L’avevo vista mentre volava sulle ali di una sana gioventù, insieme a un gruppo di amiche.Lei indossava un jeans scolorito e una maglia grigia.Io le guardai tutte. Non erano male. E per me una valeva l’altra.

Ma il suo fondoschiena mi colpì. Noi studenti universitari siamo soliti dare un voto alle parti del corpo delle ragazze che incontriamo. A lei, i miei amici ed io assegnammo un bel 27. Promossa a pieni voti.

No, non è difficile creare legami, accendere rapporti e poi spegnerli nell’arco di una consumazione completa come se si trattasse di un pranzo al ristorante. A volte pure di una colazione veloce.

Ma con lei è stato diverso.

Evito di raccontare l’approccio, non voglio svelare i trucchi del mestiere né sembrare più idiota di quel che sono.

La prima sera con lei l’ho trascorsa al tavolo di un bar a bere, ridere, scherzare e parlare di tutto. Lecce era complice. I monumenti mi facevano l’occhiolino, le chianche applaudivano.

La prima notte con lei l’ho trascorsa nel mio letto, a baciarci, accarezzarci e a continuare a ridere di gusto.

Niente sesso. Non quello tipo usa e getta. Non il solito.

Dovevo capirlo già da quelle prime ore che non si trattava della classica avventura. Dovevo capirlo dal mio modo di fare, toccare, pensare, abbracciare e infine sorridere e dormire.

Gli amici, il giorno dopo, erano lì pronti ad ascoltare e a prendere nota di qualcosa che non li riguardava affatto.

La chiamavano 27 e la cosa mi infastidiva parecchio.

Ci rivedemmo un paio di volte, mano nella mano.

Eravamo fuori tempo massimo, era una relazione strana, che non portava a conclusioni ovvie e consuete. Ma io stranamente non avevo fretta. E lei neppure.

Comunque arrivò la nostra prima notte d’amore. Ve la faccio raccontare da lei. La descrisse così in una mail che mi inviò qualche tempo dopo:

“Se devo pensare al momento più bello della mia vita, senza dubbio torno a quella notte piena di magia in cui ho conosciuto l’amore. Ti ricordo, infinito, su di me. Mi sentivo avvolta da un afflato magico, vivevo in una dimensione non reale che forse si avvicina a quella dell’eternità. Tutto era nuovo, sconosciuto, remoto. Eppure mi sentivo al mio posto nel mondo, completamento di un’anima vissuta separata da Dio, da se stessa e finalmente ricongiunta al suo tutto.

Ricordo i brividi, le lacrime, la felicità.

E’ stato splendido. E se mai il nostro amore mi potrà ferire, no, non lo maledirò. Perché posso ben dire che mi ha regalato l’immensità.”

Una e-mail.

Ci mandavamo messaggi continuamente, come tutti i ragazzi del mondo.

E ci incontravamo con leggerezza sostenibile e gioiosa. E facevamo l’amore, andavamo al cinema, al mare, a ballare, a guardare le stelle, a mangiare la pizza, a vedere le partite di calcio, a giocare alla play station, a portare a spasso il mio cane.

Tre mesi di vacanza. Tre mesi senza fine, che finirono.

Partì da Lecce per andare a Milano, a studiare.

E io cominciai a pregare che lì non incontrasse un 27 fatale come lei lo era stata per me.

Un’altra e mail.

“Cammino per strada e annuso ogni soffio di vento in cerca di te. Scruto ogni angolo, ogni ombra e mi illudo di vederti.  Prima di uscire provo e riprovo abiti, trucco, orecchini, fronzoli… Non si sa mai, dovessi incontrarti da qualche parte.  Amore mio, mi manchi.”

Tutto nella norma di un rapporto a distanza. Lo struggimento della lontananza che a volte diventava dolore fisico. L’energia dei ritorni. Nuove ripartenze in un ping pong molto fastidioso.

Poi da un giorno all’altro è sparita. Volatilizzata, annullata, mai esistita. Senza motivo.

Come una chiamata non risposta, come un cellulare irraggiungibile, come pagina web non disponibile, come nessun accesso ad internet.

Come la follia e le notti insonni e gli appunti scritti sull’anima per non dimenticare. Come l’oblio.

Come pezzi di corpo staccati e lasciati a decomporsi. Come uno strappo irrimediabile.

Mi sentivo Leopardi.

Una tragedia, mille congetture degne di Moltalbano.

Una settimana d’inferno. Volevo andare a “Chi l’ha visto?”

Poi apro facebook e vedo la letterina rossa accesa, un messaggio. Sarà dei miei amici compassionevoli che mi invitano a dare i voti alle ragazze in passerella stasera in piazza Sant’Oronzo. Loro pensano che lei, semplicemente, mi abbia sostituito e amen. Non hanno capito niente. Lasciatemi in pace.

“Perdonami. Ho voluto mettere alla prova il nostro amore. E ho sbagliato, sono stata una stupida, un’immatura, imperdonabile stupida. Scusami, scusami, scusami”.

Mi sento male, sto per svenire, sudo freddo, ho la febbre gialla.

No, dico. Cosa si può fare a una del genere? La si deve far parlare, la si deve ascoltare, comprendere, scusare, perdonare, mandare, cancellare dagli amici, bannare, segnalare?

Vorrei spaccare il mondo, il computer, il posacenere e…

Nuovo messaggio.

Apro inebetito e leggo

“Ti amo”.

Non voglio spaccare più niente. Ho un bisogno doloroso di baciarla, di stringerla tra le braccia. La odio.

Mi calmo e ritorno all’ultimo messaggio.

E’ divino leggere TI AMO. E’ divino leggere TI AMO da chi ami.

Non le risponderò subito, per un po’ farò il prezioso.

Intanto mi concedo qualche minuto, e cullo quelle due fantastiche parole.

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