La partitocrazia ha fatto il suo corso?

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È opinione diffusa che la partitocrazia sia oramai fuori tempo, fuori dalla storia, alle sue battute finali. Ma è proprio così? Stiamo vivendo, proprio in questi anni, un travagliato mutamento dell’organizzazione fondamentale della politica, dove il partito per oltre cento anni ha visto la migliore espressione?

Va subito evidenziato che per partito politico si intende un gruppo di persone accomunate da una visione della società, che si organizza al fine di concorrere al governo e all’orientamento del Paese. In Italia, tale struttura nacque nel 1892, con la formazione del Partito Socialista Italiano.

Per tutto il Novecento, i partiti sono stati centrali nelle scelte per l’Italia ed erano i produttori delle principali politiche economico-sociali dibattute sia in sede parlamentare sia extraparlamentare. È proprio per l’assoluta rilevanza di queste organizzazioni nella vita politica del Paese e per la loro capacità di influenzare la vita dei comuni cittadini che si è coniato il termine partitocrazia: tutto avveniva all’interno di queste organizzazioni

Per quasi tutto il Novecento – e ciò a partire dall’Ottocento – tutti i partiti avevano un solo obiettivo, un obiettivo comune a tutti: condurre i cittadini ad una condizione di vita migliore, ad un benessere materiale diffuso. Sicché, nonostante le differenti ideologie, le diverse visioni del mondo, i diversi percorsi e strumenti, sia la destra sia la sinistra miravano alla “Pubblica Felicità” segnata sul finire del Settecento dal marchese Giuseppe Palmieri di Martignano: la ricchezza.

Ma dopo la fine del mondo bipolare, quello della Guerra Fredda, della divisione tra Occidente e Unione Sovietica, dello scontro tra le due diverse strade per condurre al benessere diffuso, ovvero tra capitalismo e comunismo dunque, oggi è ancora così? Va sottolineato che quando l’Italia ed i partiti uscirono dalla Prima Repubblica nei primi anni Novanta, dopo il boom economico del decennio precedente, gran parte dei cittadini avevano raggiunto una condizione di vita che potremmo definire di prosperità. Al riguardo, non va però dimenticato e trascurato che, seppur irrilevanti, esistono delle sacche di povertà assoluta presenti ancora oggi nel Bel Paese. Ciò, però, va tenuto distinto dal problema della povertà relativa.

Proprio per le diverse, migliori e generalizzate condizioni di vita, la funzione dei partiti di “accompagnare verso una vita migliore” e la partitocrazia hanno subito un duro colpo, non riuscendo a intercettare i nuovi e più attinenti obiettivi alla società postindustriale. Da qui, i cittadini di fatto non hanno più percepito come fondamentale l’appartenenza e la partecipazione alle organizzazioni partitiche, le quali, a partire dal 1992 hanno visto scemare i loro iscritti.

Sicché, la Seconda Repubblica italiana ha così potuto conoscere altre forme di organizzazione, che si sono sovrapposte e avvicendate con motivazioni diverse dal passato, per le quali i cittadini si sono messi insieme, ma non più per percorrere una strada e battersi per interessi comuni. Quali forme organizzative sono emerse? Tra tutti quelli che hanno avuto più successo sono stati i movimenti populistici e personalistici, ovvero legati alla figura di un uomo forte al comando, in grado di tenere sotto la sua ala, pezzi diversi altrimenti divisi, puntando al contingente. E tutto ciò mentre il tasso di partecipazione alla politica diveniva sempre più basso, alimentando il “partito invisibile” degli astensionisti.

Il partito ed il potere dei partiti si sono così modificati nel tempo ed hanno visto perdere identità e centralità, a favore di soggetti politici e sociali orientati ad una visione più individualistica e meno collettiva. Dal creare “sogni” per una società migliore si è così passati sovente a prospettare la possibilità per tutti di poter conquistare la stessa posizione economica e sociale del capo partito. E da qui ad una politica particolaristica, secolarizzata, carrierista ed individualistica.

E siamo così giunti ad una crisi profonda per la partitocrazia, che ha fatto nascere soggetti e movimenti più interessati a rispondere agli interessi immediati ed irrazionali, anziché a quelli collettivi e di prospettiva. Un crisi che perdura tutt’oggi in assenza di una visione della storia unitaria che porti ad uno sviluppo e ad una proiezione per il futuro rispondente alle necessità della società dei nostri giorni.