“Casa è dove batte il cuore”: storie di migrazione in scena al teatro comunale di Novoli .

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foto copertina immigrazione

Novoli (Le) – Casa è dove batte il cuore. E così anche un teatro può trasformarsi in una splendida culla dai colori multietnici che vibra al battito di un unico cuore, di un’unica “ninna nanna” in grado di assopire il pregiudizio.

Durante la prima serata di  ieri, presso il Teatro Comunale di Novoli, a fare gli “onori di casa” ci hanno pensato loro, Fabio La Grua e Maria Rosaria Greco, redattori della testata Paise Miu.com nonché promotori in prima linea dell’evento.

Grazie alla collaborazione con l’Associazione InNovAzione Civica, la Scuola Superiore di Musica Harmonium e il Centro Territoriale Permanente Istruzione degli Adulti di Lecce, a salire sul palco è stato chi, generalmente, siede dall’altra parte, spettatore di una vita che scorre spesso in modo ingiusto ed ingiustificato.  

«Ho vissuto 10 anni di guerra civile la quale ha lasciato molti problemi sociali, economici e politici ed è proprio per questo che nel 2007 io e mio fratello siamo stati costretti a fuggire dal nostro paese.» Parla così il giovane Osman, raccontando quel viaggio che dalla Sierra Leone lo ha portato in Italia, dove sogna di inscriversi all’università e continuare a dimostrarsi meritevole dell’amore dimostratogli sin da subito dalla famiglia che lo ha accolto come un figlio ed un nipote. Dallo Sri Lanka segnato da una guerra decennale e storico crogiolo di culture e credo religiosi è originario, invece, Sugi, residente a Lecce da ben 14 anni e da 12 anni eletto rappresentante della sua comunità per dar voce ai problemi dei suoi “compagni di viaggio”. Tra emozione e una stentata dimestichezza con la lingua, non è però difficile discernere quelle poche parole che, accompagnate dal suo sguardo basso, sembrano dire proprio tutto: «minoranza, conflitto, genocidio»… e poi finalmente «accoglienza, vivere bene, vivere tranquillo». Le loro sono storie come quelle di tanti altri , fatte di bagni comuni e stanze angustianti , di lunghe attese alla stazione e analisi forzate alla frontiera; ma nonostante tutto nei loro occhi brilla ancora la gratitudine per una carezza o un sorriso inaspettati ricevuti in un momento di difficoltà, per quel  tanto desiderato lavoro, qualunque esso sia, che è stato in grado di restituire loro la libertà, la dignità, il sorriso. Ben presto, però, la storia di quell’Italia che ha da sempre vestito i panni di approdo sicuro durante mille tempeste, cede il posto ad una realtà sempre più scottante che oggi la vede spoglia di speranze e di cervelli ormai in fuga. Come nel caso dell’ultima testimonianza sul palco, quella di Fabio Greco, che con laurea, dottorato e valigia in mano è partito più di 10 anni fa alla volta del regno Unito, lottando contro le insidie linguistiche e quella perenne sensazione di essere “ospite in terra altrui”. Finalista al premio Nazionale “I. Calvino” con il suo manoscritto “Genti a cartapesta” , Fabio racconta di quanto ognuno abbia inconsapevolmente una vita “stratificata”, come fossimo fatti artigianalmente di cartapesta, ed ogni storia, avventura ed esperienza non fanno altro che plasmare  la persona nella sua totalità. Piuttosto che chiudersi nel preconcetto che il contatto con l’altro sia una minaccia per la nostra identità, dovremmo imparare a considerarlo come “lo strato mancante” , l’unico in grado di completarci totalmente.

«Se non esistesse il malinteso, come faremmo a proiettarci verso la scoperta dell’altro? Del diverso da noi? Dello sconosciuto? – esordisce provocatoriamente la docente CTP, nonché esperta di Sociologia delle migrazioni e delle culture, Rossana De Luca  il malinteso dell’integrazione è proprio questo: è un atto di umiltà in cui ognuno di noi riconosce di non avere gli strumenti giusti per relazionarsi con altre culture, tradizioni, usanze. Ѐ ciò che spinge positivamente ognuno di noi all’interesse e alla conoscenza finalizzati allo scambio nel rispetto reciproco».

DioufLa musica esprime ciò che non può essere detto e su cui è impossibile rimanere in silenzio : così avrebbe detto V.Hugo, e a dimostrarlo è la cantante senegalese Amina. Una chitarra in mano e una voce nuda sul palco, un armonico abbraccio di storia e melodia, una commistione  di emozioni riassunte in uno sguardo che non necessita di una fluente chioma per lasciare senza fiato. E poi, ancora una volta, bianco e nero si fondono in un abbraccio musicale quando, avviandosi alla conclusione della serata, salgono sul palco Cosimo Ricciato e Dalila Arnesano, della Scuola di Musica Harmonium di Novoli, intonando le ultime due storie di “viaggi della speranza”.

Si conclude così una serata dedicata a chi, anche a distanza di anni, ricorda ancora il proprio paese affogando vecchie lacrime in nuovi sorrisi; dedicata a chi si chiede come sarebbe andata la sua vita se non ci fosse stata quella guerra, quel viaggio verso l’ignoto e alla fine la salvezza; dedicata a chi è andato avanti e ci ha creduto nonostante tutto e nonostante tutti; ma soprattutto dedicata a chi, nell’era globale, si ostina ancora a credere nel vantaggio di chiudere un lucchetto messo alla frontiera, senza mai accorgersi dei catenacci che lo rendono prigioniero della più grande schiavitù di tutti i tempi: l’ignoranza, il pregiudizio.

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