Paolo Borsellino ventidue anni dopo

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2014-07-01 22.28.26Ventidue anni sono trascorsi dall’eccidio in via D’Amelio, a Palermo, e dalla vile soppressione del giudice Paolo Borsellino, Procuratore aggiunto nella stessa città in cui è stato barbaramente assassinato, a meno di due mesi di distanza dalla strage di Capaci dove perì il suo fraterno amico e collega Giovanni Falcone, anch’egli vittima della mafia.

Ventidue lunghi anni che non hanno minimamente scalfito la sua immagine ed il ricordo della sua esperienza, fatta di testimonianza e di impegno  sino all’estremo sacrificio contro un nemico subdolo, adulatore dei forti e tiranno dei deboli; un perfido nemico che si insinua nei gangli vitali della società e delle istituzioni per sovvertire con la sua malvagità l’ordine costituito onde trarre lucrosi vantaggi economici.

Certamente il tempo manterrà vivo il suo sorriso ed il trascorrere delle stagioni non cancellerà la sua immagine. Il martirio di Paolo Borsellino che cadde per difendere una “giustizia giusta” da lui praticata quotidianamente in favore del bene comune costituisce un patrimonio condiviso, comunitario. Perché ancora sanguina quella ferita aperta nell’estate del 1992; una ferita che non è stata rimarginata e che continua a suscitare sgomento, angoscia e indignazione. Non rabbia.

“La rabbia – ha scritto lo storico Paolo Corsini – appartiene alla razza animale. L’indignazione si accompagna invece alla razionalità di persone che non disperdono la propria dignità”. L’indignazione scaturisce dal fatto che l’ansia di verità e la sete di giustizia non sono ancora appagate; le sole che possono restituire pace a Borsellino. Un’assenza di verità che mortifica la speranza e ci fa sentire come defraudati, soprattutto oggi che avvertiamo il rigurgito del fenomeno mafioso, nonostante l’impegno di magistrati coraggiosi, appassionati e liberi.

Èauspicabile, allora, che il messaggio che promana dal fulgido sacrificio del giudice Borsellino sia di monito alle nuove generazioni, classe dirigente di domani, affinché si adoperino, ai diversi livelli, per un futuro migliore, dove l’operosa concordia, la legalità, la libertà e la giustizia prevalgano su prepotenza e prevaricazioni.

“Se la gioventù le negherà il consenso – ammoniva lo stesso Borsellino – anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo”. 
Vorrei concludere queste brevi considerazioni con una riflessione apparsa di recente nell’inserto-libri del quotidiano “La Stampa” e che mi ha molto colpita: “Chiese il bambino al partigiano Berto: ‘Nonno, mi dici sempre che dobbiamo imparare dai morti. Ma che cosa dobbiamo imparare da loro?’ E il vecchio rispose: “Le ragioni per cui sono morti”. Ecco così diventa possibile, in loro nome, fare memoria viva. Senza dimenticare.