Della scuola e di altri demoni

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Quanto costa essere se stessi?
Per quanto saremo ancora annichiliti da un sistema tirannico che si maschera da democrazia?
Quanto tempo deve passare ancora, prima che possiamo capire di essere in una delle epoche meno evolute della storia che altro non fa che annientare l’autenticità?
Tutto sembra essere una vetrina, una gara a chi offre di più, una corsa al montepremi. Offerte, proposte, progetti. Ma dove è finita la qualità? Dove è finita la formazione? Dove il pensiero.

I ragazzi sembrano nascere in un secolo fondato su un terreno di numeri, ricette e calcoli. La bellezza di un docente che ricorda il tuo nome, che ti chiama per nome, che ti prende per mano, dov’è? Dov’è la scuola che culla, che si carica sulle spalle una generazione di militanti? Dov’è la classe che intervenga, dov’è il professore che provochi? Che cosa abbiamo imparato da Dante, oltre al fatto che abbia scritto la Divina Commedia in 3 cantiche? Abbiamo forse imparato ad immaginare Dante con le spalle curve mentre si accinge a scrivere il suo capolavoro, magari con la fronte aggrottata e le mani sudate, con il cuore palpitante e catturato dalla bellezza di un mondo che nessuno poteva imitare? Non siamo stati educati alle emozioni, alle sensazioni, al linguaggio dei sentimenti, all’umiltà dell’ascolto: la fragilità di emozionarsi di fronte a un fiore forse ce l’ha insegnata qualcuno? E conta forse di meno di quattro versi imparati a memoria e lasciati a marcire in un angolo del cervello?
E a parte i compiti da pagina 200 a 230, qualcuno ci ha detto che lo studio non è uno sforzo di memoria?

I nostri banchi sono la nostra casa, e i sottobanchi non sono il deposito di nozionismi cui ci educa un’istituzione che più che rigida è frigida. Se scolarizzarsi significa conformarci a un programma da completare, star seduto senza indossare il cappello, alzarsi all’entrata di un docente e non di un collaboratore scolastico, dire di NO perché il mio creonte sarebbe contrario, allora non scolarizziamoci. E non scolarizzarsi non significa non studiare. Significa sfidare la propria tenacia in una competizione a chi impara di più: per il mio futuro, per chi sarò, per quello che insegnerò ai mie figli, per quello a cui non dovrò rinunciare mai perché avrò un’arma più potente di quella in cui investe il mio Stato.
Avrò l’arma del sapere e di fronte a un barcone che affonda saprò che quello che sta succedendo è sbagliato, che la terra non ha confini, e che quei confini li hanno fissati gli uomini per annientare altri uomini. Saprò che la piazza deve ripopolarsi e vibrare e urlare perché nessuna vita merita l’ingiustizia dei forti. Perché tutti gli uomini hanno un diritto inviolabile e che è il diritto alla vita. E io lo saprò. Perché mi sono educata ad amare lo studio e la vita in tutte le sue forme. Lo saprò, lo so, nonostante chi mi vorrebbe numero e non anima.