Occhio non vede, coscienza non duole. Una storia di ordinaria disumanità

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Bambino discriminatoLa bimba è nata da due genitori che si sono scelti per puro amore, e che continuano ad amarsi moltissimo. Dato fondamentale, credo. È venuta al mondo dopo anni di paziente attesa, una bimba bella e sana. Dopo pochi mesi, però, si è scoperto che quella creatura tanto sognata aveva un problema agli occhi. Un problema di quelli che ti possono spedire dritto all’altro mondo. Un cancro. Evito di raccontare la Via Crucis dei genitori, prima nel processo ostico dell’accettazione della realtà, nella frantumazione di un sogno semplice e maestoso: la felicità di una famiglia.

Poi quella reale, fatta di migliaia di chilometri percorsi con l’ansia feroce del dubbio sussurrato al buio di notti senza fine, in cerca di sicurezze che nessuno al mondo, ancora oggi, può dare. Due anime che di notte si rimpicciolivano tremando, e di giorno si ricostruivano con corazze da guerrieri. Il difficile e letteralmente straziante cammino di dolore vissuto da un esserino di pochi mesi, a cui è stato necessario tagliare la carne, aprire ferite, enucleare un occhio, sottoporre a chemioterapia. Insomma l’inferno per lei che lo viveva, per i genitori che non sapevano più dove andare a raccogliere la speranza, per l’intera famiglia che pregava, mentre nell’ospedale dove si cercava il miracolo, altri bambini dicevano addio alla vita. Un calvario che ha lasciato tutti in una dimensione sospesa, che ha tolto anni di gioia. Ma la bimba ce l’ha fatta. Tanta fortuna, un gran carattere, una forza fuori dal comune, una volontà di ferro, e lo straordinario supporto di tutta una rete familiare e medica.

Ha imparato a conoscersi, a sperimentarsi, forse ad accettarsi nella differenza con la moltitudine di bambini che la circondano. Ha imparato a convivere con un occhio finto, lo ha preso come un gioco, si è sforzata di amarsi e godere dell’amore di chi le vive attorno. Ha naturalmente sviluppato una gran sensibilità, e questo sembra essere un problema in un mondo per lo più indifferente, quando non basato sull’apparenza. Non ha dimenticato mai, forse un giorno ci riuscirà.

La bimba è cresciuta, è entrata in punta di piedi nella scuola. Conosce sé stessa e i suoi diritti. La famiglia è presente senza invadenza, l’intelligenza è vivace, la mente lucidissima, l’equilibrio stabile, la personalità forte. Forse troppo.

I bambini sanno essere crudeli, si dice. Perché non hanno filtri, parlano di getto, formulano idee non contaminate, si muovono in libertà, senza pensare alle conseguenze di parole azioni e comportamenti. Dipende. Dalla famiglia in cui nascono, dagli educatori che li formano. Certo, non siamo obbiettivamente in un’epoca di luce, a proposito di vista. Un’analisi anche superficiale di tutto quel che viviamo, in tutti i campi, non ci fornisce certo dati positivi. Ed eccola qua la prova, che si consuma su un’anima innocente. La bambina cerca la compagnia dei suoi simili, ma ai suoi simili lei interessa giusto come fenomeno da baraccone, in pieno stile grande fratello. La cieca, così la chiamano i suoi compagni di scuola. LA CIECA, una bimba che, tra l’altro, cieca non è.

In un mondo ideale la dovrebbero chiamare per nome, prenderla per mano, non accorgersi di un occhio che copre un buco sul viso. Dovrebbero litigarci, o sceglierla come migliore amica, o trovarla antipatica, simpatica, divertente, noiosa. Invece lei non è niente di tutto questo, almeno non in prima battuta. L’aggettivo che la qualifica è sempre l’altro. Allora, senza fare necessariamente retorica da quattro soldi, giungiamo al punto focale. Poche domande soltanto. Ma chi sono i formatori dei nostri figli? Chi siamo noi? Davvero ci siamo ridotti all’eclissi delle coscienze in modo così colpevolmente miserabile?

La ‘nostra’ bambina è fortunata, perché i genitori non hanno mai buttato via quella famosa corazza da guerrieri, e sanno indossarla all’occasione, sia pure pervasi da una sorta di rabbia e tristezza per dover continuare a combattere, stavolta contro l’ignoranza che miete le sue silenziose vittime ovunque. Non tutti però hanno la forza di raccontare un’umiliazione ai propri genitori, non tutti sanno accettare un senso di esclusione così vergognoso. Bambini. E insegnanti senza coscienza, con tutto il rispetto per gli educatori degni di questo nome, che ogni giorno, prima di insegnare l’ABC, guardano i loro alunni e comprendono che non sono numeri e obbiettivi, ma esseri umani dei più fragili. Non aggiungo altro, ognuno tragga le proprie osservazioni. A questa straordinaria famiglia, il nostro affetto e la nostra stima. E un piccolo, banale pensiero: il mondo è nelle nostre mani. Se non ci piace, cambiamolo

Redattrice Paisemiu.com

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