La panchina

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La panchinaIl bambino diede la mano al nonno prima di uscire di casa. Era aprile, un giorno di primavera reale col cielo chiaro e il sole ad accompagnare i passi. Il bimbo era felice, ma il nonno di più.

La mamma lo aveva coperto troppo, il nonno gli tolse il cappottino e lo lasciò con una giacca di lana che lo riparava comunque.

Entrambi salutarono la nonna con un bacio.
Nonno, perché dai un bacio alla nonna ogni volta che entri ed esci da casa?
Perché le voglio tanto bene, rispose il nonno.

“Perché ogni volta che la lascio ho paura che possa essere l’ultima”, pensò. E quell’idea inconsapevole lo rese triste. Ma sorrise al suo bambino, il suo primo nipote, l’unico, quello che portava il suo stesso nome.

E quella manina fiduciosa lo riempì di un’onda gigantesca di commozione. Era come se un incantesimo fluido passasse da un corpo all’altro. Era come se, attraverso quel tocco delicato, il nonno raccontasse al bimbo tutte le storie della sua vita per proteggerlo da ogni male e indicargli la rotta della gioia di vivere. Che quella, più della felicità, serve per trascorrere un’esistenza sorridente malgrado tutto. 

E, di contro, era come se il nipote lasciasse passare una forza giovane e invincibile che servisse a sostenere le ossa stanche di una vita di fatica. Quell’energia passava da un corpo all’altro e sanciva  un patto di amore eterno. Passo dopo passo, parola dopo parola. Sorriso dopo sorriso.

Le rondini avevano fatto il loro ingresso in quella parte di mondo, da lontano si vedeva il mare azzurro e ricco di promesse come ad ogni primavera. Il vecchio si intristì ancora, pensando alle stagioni che aveva vissuto con la sua famiglia. Un uomo innamorato della vita che aveva scelto e generato. Le estati al mare, gli inverni al chiuso di una noce d’oro. La loro casa, la loro piccola famiglia. I figli, i sogni.

Gusci di ricordi fecero capolino nei suoi occhi. Che si riempirono di lacrime.

Nonno perché piangi?
Perché sono felice.
Ma quando si è felici non si piange, nonno. Io sull’altalena non piango, e neppure quando tu mi porti a spasso o quando la nonna mi prepara la ciambella e papà mi porta al mare …

Il nonno sorrise, e spiegò al bambino che anche quando si è troppo felici si può piangere.

Non esistono solo lacrime di dolore o di tristezza, ma anche quelle di felicità. Lo imparerai, amore di nonno. 
E si ripresero per mano, passarono dal parco, il bimbo fece straordinari giri sull’altalena: gli piaceva tanto quel nonno che lo accontentava in tutto, che sembrava leggergli dentro, che non aveva paura di nulla.

Così credeva il bambino mentre il vecchio cominciò a lottare con l’ansia nascosta che aveva iniziato ad attanagliarli il cuore. Era un giorno strano, lo aveva compreso subito.

Il nonno aveva paura. Aveva terrore di lasciare tutti loro. Sorrise e cercò di calmarsi. Guardò il bambino e il cielo, andava tutto bene. In un giorno chiaro come quello non poteva accadere niente di brutto. Non vicino ai sogni di un bambino sereno. No.

Ripresero la strada di casa, la nonna stava preparando il pranzo, un buon odore di cibo e famiglia li avrebbe avvolti già sulle scale come una  carezza che protegge e riscalda.

Trovarono una panchina.

Sediamoci solo un attimo, gioia mia, il nonno è un po’ stanco.
Sì nonno.

E l’attimo diventò lunghissimo. E contemplò schegge di infinito. Quella donna così garbata che gli aveva dato tutto, i suoi figli belli più del sole, le gocce di sudore con cui lui aveva innaffiato quel nido amato per farlo crescere senza affanni. Ripensò alle notti di torrenti in piena di felicità. Pian piano chiuse gli occhi mentre il bambino non gli lasciava la mano rugosa e fredda. Si stese sulla panchina. Un dolore sconosciuto gli strinse il petto, gli impedì di parlare, infine di respirare. Non vedeva più l’azzurro né i voli di rondini, non sentiva l’odore del mare. Da lontano ricordò solo gli occhi della sua compagna. Un amore immenso lo investì. Non ebbe più paura. Solo un senso di triste rimpianto. Si sforzò di tenersi aggrappato a quell’ultimo istante con gli artigli dell’anima. E poi si arrese. Lentamente lasciò la mano del bambino, e la vita.

Nonno, hai sonno?
Dagli occhi del nonno scese una lacrima, ma il bimbo non se ne accorse e cominciò ad accarezzarlo e a cantargli la ninna nanna che la mamma cantava a lui ogni sera prima di dormire.

Cantò dolcemente il bambino, cantò fisso in un momento senza tempo. E fu lì, sulla panchina quasi sotto casa, che qualcuno li trovò.

Avvolti da una dolorosa tenera nenia. Uno col sorriso sul  volto senza vita. L’altro con un’eredità d’amore che lo avrebbe accompagnato per sempre.

Adesso, quando la vita punge con le spine più disparate, lui torna su quella panchina, siede,  e in silenzio ripete quella cantilena, lievemente accarezza il vuoto. Lo fa con discrezione, nessuno sa che su quella panchina ritrova la parte migliore di sé. Suo nonno e lui, insieme come quella lontana mattinata d’aprile. Ci resta un po’ e poi, felice, se ne va.

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Redattrice Paisemiu.com

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