“Io non ho più paura”. Una lettrice ci scrive e ci racconta il suo dramma

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Io non ho più pauraCara Giulia, ho deciso di scriverti questa lettera perché mi sei sembrata una persona sensibile e molto propensa all’ascolto. 
Non so se ti ricordi di me: abbiamo scambiato quattro chiacchiere quando un tempo lavoravi come segretaria. Mi è dispiaciuto tanto non vederti più lavorare lì, ma la vita va avanti e vedendo che ora scrivi per un giornale ho pensato di chiederti di raccontare la mia storia, in maniera anonima, perché sia d’esempio per tutte le donne che non hanno il coraggio di parlare ed urlare il loro NO ad ogni tipo di violenza.

In questi giorni si parla tanto di violenza sulle donne, tanto è stato detto e si continua a dire, tanto è stato fatto per contrastarla, ma ti assicuro che non è facile liberarsi del terrore e dell’angoscia che comunque si continua a portare dentro anche quando si ha la forza di dire “Devo denunciare”

Desidero che tu racconti la mia storia, perché, ripeto, non ho alcun interesse al riguardo se non quello di essere un esempio per tutte le donne che si rispecchiano nella mie stesse vicissitudini e che, per lo più scoraggiata da una mentalità arcaica della gente del Sud, non ha né la forza né la voglia di denunciare gli abusi subiti. 

La mia storia sembra un triste copione di un film, ma ti assicuro che è realmente accaduta. Ero fidanzata con un ragazzo che aveva il vizio di bere. Io sapevo a cosa andavo incontro stando al suo fianco ma allora ero sicura che l’amore e la pazienza nei suoi confronti l’avrebbero aiutato ad uscire da questa triste dipendenza. Invece ogni sera era un inferno: o lo lasciavo bere fino a perdere la lucidità o mi minacciava e, non di rado, picchiava.

Io lo amavo e, sapendo che aveva iniziato a bere dopo la perdita dei suoi genitori venuti a mancare in un grave incidente stradale, mi ero convinta che, facendogli da psicologa, mamma, infermiera ed amante, lo avrei salvato. In effetti, dopo un anno di vere e proprie battaglie dove, ripeto, ho accettato anche la violenza fisica, sono riuscita a far allontanare il mio ragazzo dall’alcol e dalle cattive amicizie che lo inducevano a “berci su”.

Ma il mio inferno sulla terra non era finito. Infatti, tolto il vizio dell’alcol, non sono venuti meno i suoi maltrattamenti ed, ogni volta che era un po’ nervoso, non solo mi offendeva con insulti pesanti, ma lanciava oggetti o mi rompeva il cellulare o altri effetti personali.

Io avevo letteralmente paura di lui. Mi ero chiusa in me stessa e rifiutavo di parlare apertamente con lui o dirgli i miei reali sentimenti per paura di una sua azione sempre più violenta.

Il rituale era sempre lo stesso: urlava, mi tirava un ceffone o mi lanciava qualcosa; io piangevo e poi mi chiedeva scusa.

Ma io non ero più io e temevo il giudizio dei miei genitori e, soprattutto, della sua famiglia. Pensavo che non avrebbero compreso e che mi avrebbero costretta a soffrire in silenzio.

Quando ho deciso di affrontare la realtà, denunciandolo ai carabinieri e parlandone  con la mia famiglia (che mi ha sostenuto tanto)  ho rischiato davvero grosso, perché, a quel punto, ha cominciato a minacciarmi di morte.
Grazie all’affetto ed al sostegno dei miei familiari sono riuscita, senza che lui si accorgesse di nulla, a registrare con il cellulare i suoi insulti e le sue botte.  E poi ho consegnato tutto ai carabinieri. Non è stato semplice. Ero morta dentro e anche se non mi aveva ancora uccisa ero una zombie vivente.

Ci vuole coraggio, lo ammetto, a fermare tali violenze. Ma non si può certo tacere e continuare a subire silenti. Bisogna scegliere: se vivere o morire!

Non so se pubblicherai la mia storia; io mi auguro soltanto che queste poche righe siano di aiuto e sostegno a quanti, tutti i giorni, si impegnano con l’esempio di vita, a sradicare la piaga sociale di tanta violenza che continua a consumarsi nelle case, lontana da occhi che osservano e che giudicano. Ma che restano distratti di fronte alla silente sofferenza di tante persone che chiedono soltanto di essere aiutate per non restare sole.

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