Il mio sorriso nel tuo

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BadanteOgni giorno si preoccupava di regalarle un sorriso; era il suo lavoro, ma anche la cosa che le riusciva meglio.

Anna era venuta da lontano, da un piccolo paese della Georgia, per scappare dalla povertà e dalla fame. L’Italia sembrava essere una possibilità di vita, di lavoro, un modo per ricominciare.

Aveva lasciato la sua famiglia, i suoi fratelli, per curare la sua mamma ormai anziana e malata. Aveva fatto la valigia con quel poco che aveva e che si faceva bastare ed era partita.

Non aveva mai dimenticato quella giornata fredda nella quale prese l’aereo. Il cielo era grigio, come il suo cuore sofferente e triste, tutto intorno a lei sembrava privo di anima e di gioia. Da quel giorno erano passati venticinque anni.

Anna ne aveva cinquanta ed era la badante di una signora che soffriva di Alzheimer. Sola era partita e sola era rimasta. Sembrava che il tempo si fosse fermato per giocare con la sua vita, come un girotondo immenso senza mai una fine. Un ciclo statico intriso di dolore, silenzi, lacrime, sudore, fatica, lavoro e sonno.

Il sonno, unica vera consolazione per un’esistenza persa, abbandonata, modificata dagli eventi come il fiume modella gli argini. Nei sogni riabbracciava la sua mamma che, nonostante i suoi sacrifici, era spirata, suo fratello, compagno di giochi e di sorrisi colmi d’amore, ed il suo cane, del quale ricordava l’infinito amore, il rispetto e l’intelligenza.

La sua unica amica era Lina, la signora presso cui lavorava e alla quale regalava gioia, affetto, cure ed attenzioni. Lina non riusciva più a riconoscere se stessa, non sapeva chi fosse e chi fossero i suoi figli, non ricordava i loro nomi, non sapeva che suo marito era morto tanti anni prima. Tutto ciò che viveva nel presente era vago, leggero, sfumato.

Lina ripeteva sempre storie della sua giovinezza e Anna la ascoltava con tutta la passione possibile, anche se ogni giorno le storie erano sempre le stesse, ripetute, uguali. Ne era avvinta anche lei. Sentiva parlare di un padre innamorato di una madre che gli aveva donato la cosa più bella al mondo: sua figlia. Sentiva parlare del suo amore appassionato per l’uomo al quale aveva deciso di dedicare la vita. Sentiva parlare della sua bambina.

Storie di ordinaria serenità, saldate su qualche riga della mente. Alternava momenti di gioia ad attimi di tristezza infinita. Non ricordava dove fosse andata sua figlia, non ricordava perché il marito non fosse più accanto a lei. Si sentiva abbandonata, ma sapeva che, pur senza di lei, se erano andati via, comunque erano felici. Non ricordava del loro incidente stradale. Non ricordava del loro funerale e, forse, era meglio così.

Non rimembrava il suo presente ed il suo passato più prossimo. Esistevano gli anni d’oro e niente più. E poi c’era Anna. La compagna dei suoi ricordi e dei suoi sorrisi celeri, le sue lacrime lente e i suoi silenziosi eterni attimi.

Anna, grazie a Lina, sentiva di avere una identità. La considerava la sua famiglia e la amava, come si può amare una madre o una sorella.

La sua vita, benché privata di diversi momenti felici, con Lina si era colorata un po’, si era riempita di lavoro e di compagnia. Aveva ripreso forme ed atmosfera.

Poi, nuovamente, l’oblio. Un malore, improvviso, seguito da un buio intenso ed inenarrabile, il silenzio intorno ed un boato nella mente, che sapeva di eterno.

La corsa all’ospedale, la paura solida del non sapere. Il vuoto. E un’unica preoccupazione: Lina, da sola in quella casa, vittima inconsapevole delle sue memorie e del suo corpo, ormai solo contenitore di un’anima che ballava senza sosta tra ieri, oggi e , forse, domani.

In ospedale i medici, con la più grande premura, le fecero capire che le mancavano poco più di due mesi. Lei era sola, spaventata, disorientata, persa nei meandri della sua mente e del suo io, rintanata nel silenzio di un urlo, rinchiusa in quella stanza, in quel posto che non era casa sua e che lo sarebbe stato per sempre.

Il cancro a volte non perdona, ti prende dentro, si lega alle tue cellule come un ballerino  alla sua dama in un tango da capogiro; ti stringe così forte da farti sentire un ragno intrappolato nella sua stessa tela.

Lina, accompagnata da un parente, fu portata in ospedale a salutarla. Non sapeva cosa andasse a fare in ospedale, né chi dovesse salutare né perché, ma, quasi per miracolo, quando passò davanti alla stanza di Anna, si fermò ad osservarla. Sembrava quasi studiarla.

“Sei bella, ragazza. Molto bella. Anche d’animo. Lo si vede dal tuo dolce sorriso.”

Le carezzò la mano e proseguì nel corridoio, cercando qualcuno, senza sapere chi né perché, ed andò via. Lo sguardo di Lina fu l’ultima cosa che vide e si sentì felice.

Cos’è la felicità se non quell’attimo fuggente di sorrisi strappati alla malinconia? Lina, anche se non l’aveva riconosciuta, le voleva bene. E questo bastava ad Anna per esser felice. Non tutti nella vita ricevono amore. Lei, invece, era una donna fortunata.

Prima di spirare, in una calda giornata di inizio primavera, riuscì a firmare l’autorizzazione per la donazione degli organi. Voleva che parte di sé donasse vita ad altri. Almeno sarebbe valso a qualcosa. Lina non capì mai cosa era accaduto ad Anna, né in realtà chi fosse, ma ricordava questo nome così bene, che addirittura pensava fosse il suo.

Sentì suonare al portone e, lentamente, andò ad aprire.

Una volta alla porta, trovò davanti a sé una ragazza straniera, alta, bionda, giovane, sulla quarantina. Non la riconobbe, ma, prima che potesse parlare, le carezzò il volto e disse:

“Ragazza, il tuo sorriso mi ricorda qualcuno. Chi sei?”

“Salve, signora. Io sono Asya. Le farò compagnia in questa splendida primavera in fiore e lei terrà compagnia a me, se vuole, raccontandomi tutte le storie che preferisce. Mi hanno assunta dei suoi parenti per starle accanto. Tra poco lei potrebbe non ricordare, ma è giusto che sappia che devo la mia vita ad Anna, che, donandomi un rene, mi ha permesso di sorridere ancora”.

L’abbracciò, le sorrise ed iniziarono questo nuovo percorso insieme.

27/03/14

Mi chiamo Anna. Sono della Georgia e non ho nulla. Non mi sono rimasti parenti né averi. Ho solo un lavoro e l’affetto inconsapevole della mia padrona, Lina.

Desidero donare i miei organi, quei pochi sani che mi sono rimasti. Non ho aspettative, né pretese. L’unica cosa che chiedo, a chi riceverà un po’ della mia vita, è di andare da Lina e di abbracciarla, come abbraccerebbe sua sorella o sua madre. Di donarle quei sorrisi che io continuerò a mostrarle per sempre. Una vita, breve, lunga, ricca, povera, non è vita senza un sorriso. Il mio, nel tuo.

Grazie.Chiunque tu sia.

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