Salento & dintorni – Requiem per un fratello

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Come d’un stizzo verde ch’arso sia
da l’un de’capi, che da l’altro geme
e cigola per vento che va via,
sì de la scheggia rotta usciva insieme
parole e sangue; ond’io lasciai la cima
cadere, e stetti come l’uom che teme.”  (Dante Alighieri. Inferno, XIII, 40-45)

“Inconsapevolezze” (Francesca Malatesta)

Oggi siamo qui riuniti a piangere, insieme a tutti voi un amico, un fratello, una figura importante per la nostra famiglia chiamata umanità. Nella sua lunga vita ha fatto solo del bene e per questo gliene siamo grati. Ha aiutato coloro che avevano fame, donando il suo cibo, ha riscaldato coloro che avevano freddo, donando un pezzo di sé, ha donato ospitalità e accoglienza a chi aveva bisogno di riposo. Noi oggi vogliamo ricordarlo così, possente come un macigno, generoso come un padre con i propri figli e saggio come il più grande dei filosofi.

Oggi siamo qui, ad immaginare le storie di cui ci avrebbe reso partecipi, seduti comodamente attorno a lui, accarezzati da un’arietta fresca di fine estate e illuminati da una grossa luna sotto al cielo stellato che irrompe nel buio della notte; sarebbe stato bello ascoltare i suoi racconti, narrati da quella voce calma e rauca, data dall’età. Tutti noi siamo sicuri che avrebbe fatto volare le menti oltre il tempo, verso personaggi e volti che solo lui, nella sua longeva vita, ha potuto osservare; personaggi che hanno modellato la nostra storia come trame di una tela, tessuta e poi disfatta similmente a quella di Penelope, per essere poi dimenticati e ceduti all’oblio.

Noi oggi, possiamo solo guardare con ammirazione i segni che solcano il suo corpo, le cicatrici che gli innamorati di ogni generazione hanno inciso su di lui, donando il loro amore all’eternità; quei segni del tempo che, imperterrito passa, lasciando al nostro fratello i ricordi del mondo. Lo abbiamo avvelenato, siamo noi i colpevoli di questo dramma Shakespeariano simile all’“Amleto”.

Guardiamoci attorno, amici cari, questa morte dovrebbe farci pensare, questa morte dovrebbe farci pentire di quello che siamo e di come siamo capaci di rovinare il futuro dei nostri figli. Le chiavi del mondo ora sono nostre ma cosa consegneremo ai posteri, quale sarà la loro “ardua sentenza” se non un processo a chi ha portato questo strazio?

Oggi siamo qui a piangere il nostro caro ulivo, simbolo di questa splendida terra che si dispera per la sua dipartita. Piangiamo sui suoi secchi rami, piangiamo sulle sue grosse radici da cui non passa più quella linfa vitale che dona a noi il respiro, piangiamo per te fratello caro, salutandoti con una frase, simbolo di ciò che tu hai rappresentato per tutti noi: “la terra che genera radici intessute con la vita, diventa un tutt’uno con l’essere umano che vaga nell’universo intrecciato ai suoi ulivi.”

Classe ‘86, vive a Squinzano, piccolo paese della provincia di Lecce. Fin da adolescente manifesta una forte passione per la scrittura, percepita come insostituibile mezzo di espressione personale e di comunicazione diretta al cuore delle persone. Appassionato di arte, storia ed archeologia, cresce nel quartiere di Sant’Elia, luogo ancora ricco di mistero, dove conduce ricerche e studi su un convento del 1500, effettuando numerose e importanti scoperte archeologiche che gettano nuova luce sul complesso monastico. Scrive su diversi blog e giornali come “Salento Vivo”, “Spazio Aperto Salento”, “L’ORticA”, “Il Trepuzzino”. È in procinto di pubblicare la sua prima raccolta di scritti con Aletti Editore.

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