Salento & Dintorni – Acaya, la cittadella

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Se volessi raccontare di un luogo che mi porta in una dimensione diversa, una dimensione senza tempo in cui ritrovarsi, vi racconterei di Acaya, un piccolo borgo del Salento, distante ma non lontano, isolato ma non disperso, solitario ma non abbandonato. Palcoscenico naturale di racconti attuali di feste e festival tra i più tradizionali e più eccentrici, ma raramente caotici, invadenti o banali.

Qualche sera fa decido di  andarci. Era la terza serata del Cosmic Fest, una sorta di festival su salute, spiritualità e bioveg, argomenti che da naturopata mi appassionano, cui partecipo con grande interesse. Conosco molto bene Acaya, ci vado spesso nelle diverse stagioni, in ognuna trovo qualcosa di affascinante. Nelle notti d’estate mi aiuta a pensare, seduta all’unico accattivante caffè sulla splendida e sobria piazza, per godere di silenzio e brezza di terra, lontani dal caos caldoumido dei luoghi divertimentificio sparsi un po’ dovunque.

In un pranzo all’aria aperta in primavera o in autunno seduti ad una  delle  raffinate poche trattorie pronte ad accogliere con piatti della tradizione a volte magistralmente rivisitati.

Anche in pieno inverno in una cena intima che raccoglie e accende  la magia del Natale .

Arrivare ad Acaya è facile e parcheggiare è semplicissimo. Attraverso uno stretto ed ordinato reticolo di strade vestite di  lucido e lindo pavimento lastricato, da sembrare il pavimento di una grande casa a cielo aperto,  si giunge in un batter d’occhio nel centro. Due le piazze, una è la Piazza dell’Orologio piccola ordinata dove troneggia appunto la torre con l’orologio e la Chiesa di Santa Maria della Neve. Questo è un edificio risalente nella parte retrostante e del campanile, ad epoca tardo romanica, ricostruita nel ‘500 ad opera del genio militare architetto Gian Giacomo dell’Acaya, in epoca marchesale dei Vernazza, fino alla rivisitazione neoclassica che si esprime oggi nell’attuale facciata con fregi barocchi. Qui l’intimità è straordinaria, piccolo spazio quadrato, chiuso da  case attraversate da vie tutte uguali in dimensioni. Vie che come corridoi portano nella saletta intima di casa, dove non puoi non sostare su una delle invitanti e rassicuranti panchine, per una prima riflessione sulla bellezza del silenzio. Si, la profondità del silenzio che qui si ascolta, illuminato da una festosa luce gialla che si impreziosisce del colore della facciata della chiesa e ne restituisce la mistica luce solare esaltandone l’immensità spirituale.

Non occorre allontanarsi troppo per entrare nell’altra piazza, quella più grande e spaziosa, il salotto buono di questa casa magica che introduce come in un luogo fuori da ogni percorso. Io ci sono arrivata dall’ingresso secondario perché qui invece vi si accede da una bellissima porta antica: Porta Sant’Oronzo. Prende questo nome perché sovrastata da una statua del Santo Protettore della cittadina fortificata. Unico esempio nel Meridione con ancora intatte le antiche mura a protezione, il borgo fu voluto da Carlo V come cittadella militare a difesa di queste zone dalle scorrerie piratesche e dei Turchi. Maestoso il Castello troneggia nella sua bellezza, a forma trapezoidale con i suoi grandi Torrioni. Meraviglioso lo spettacolo della campagna che dai suoi terrazzamenti si può godere alla luce del sole. Tre i bastioni che col corpo del Castello formano un quadrilatero che nelle sere di festa fa da incantevole sfondo naturale a spettacoli ed eventi.

Dopo gli Acaya, attraverso i De Monti-Sanfelice, il feudo passa agli ultimi proprietari i Vernazza che lo tennero fin quando non cadde il sistema feudale.

Sedere in quella piazza e trascorrere una serata con suoni e danze dai suggestivi richiami di tutta l’area del Mediterraneo è un viaggio, una esperienza, una opportunità, che si può vivere solo lasciandosi rapire dalla magia che questo luogo contiene ed emana.