Quinzio in quarantena: il lock down a Squinzano attraverso le interviste di Beppe Longo

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L’idea che il Console romano Quinzio, da cui prende il nome Quintianum e poi in italiano Squinzano, fosse oggetto dell’attenzione particolareggiata di Beppe Longo, uno Squinzanese DOC, autore del Libro “Quinzio in quarantena” (Minigraf, pagg. 208, €15) solletica i suoi lettori, curiosi di conoscere questa nuova pubblicazione in cui si è cimentato lo scrittore, giornalista, insegnante di Lettere,riguardo alla storia della sua cittadina.

Dieci sono le persone che Longo ha incontrato e che hanno offerto prodigalmente la propria testimonianza, avendo vissuto  tristemente questo momento direttamente o avendo subìto la quarantena per motivi di lavoro o altro. Si tratta di nove uomini e una donna del luogo e alcuni trasferiti altrove, ma con il cuore in gola per ciò che accadeva non solo nel proprio paese di provenienza.

Al centro della narrazione Tito Quinzio Flaminio che compare in sogno allo scrittore il quale, ad occhi chiusi o aperti – chi lo sa? -, avverte la sua presenza animistica, come se lo pregasse di materializzarsi. Vissuto tra il 228 e il 174 A.C., sostava per periodi più o meno lunghi sulla strada verso Lupiae e Rudiae, da ciò considerato il suo Fondatore; Egli, insieme all’autore Beppe Longo ed al padre di questi, il defunto Romolo, dialogava sul periodo del coronavirus, preconizzandone la futura condizione socio-economica. Ciò non lascia indifferente il privilegiato interlocutore, tanto da autorizzare ad una riflessione: come afferma Marguerite Yourcenair nelle “Memorie di Adriano”: “ Il vero luogo natìo è quello dove per la prima volta si è posto uno sguardo consapevole su se stessi”. Ebbene dal racconto immaginario emerge che il Cavaliere Quinzio non dà solo il suo nome alla ridente cittadina, ma egli stesso diventa cittadino squinzanese, poiché la considera un’altra sua patria.

Scorrendo le pagine si ricava la netta sensazione di assistere ad un viaggio nel girone dantesco dell’inferno ma, ascoltando i suoi visitatori, si ha l’impressione che non si tratti della Cantica del Sommo Vate. Venuto alla ribalta rinnovato e ora uscitone egregiamente e in perfetta forma con qualcosa di importante da raccontare, la storia di Alfredo Pede è culminata nella preghiera, tale è che è un motivo di gioia e di encomio che vuol dire  rinascita. Ma la guida nel cunicolo non è rappresentata unicamente dalla ragione, come accade nel primo libro dell’Opera del Poeta massimo del Dolce Stil Novo, in realtà si alternano storie in cui prevale ora la ragione, ora il sentimento.

Il connubio tra i due stati d’animo sono ben presenti nell’intervento del dottor Peppino Palaia, medico sportivo del Lecce, che è propenso nel descrivere la letalità del virus e la cura possibile, ma alla fine, il professionista inneggia alla vita. Gli fa eco, relativamente alla natura patogena del  virus, il dott. Giuseppe Pezzuto, che opera al Pronto Soccorso dell’Ospedale di Modena, che ha “fotografato” come in un  film dell’orrore il dispiegarsi del fenomeno. Sempre nel campo sanitario si aggiungono anche i due residenti a Codogno, gli infermieri Nando Bianco e Gianfranco Pierri. E poi chi ha vissuto il dramma facendo il suo lavoro, l’operatrice socio-sanitaria Debora Calora.

Ma il primo che ha conosciuto la realtà inenarrabile del covid-19, il comandante della Polizia locale a Brindisi, Antonio Orefice, esorta il lettore, facendo lui stesso un lavorìo interiore, a soffermarsi un po’ e a parlarne perché solo così “si può liberare la mente e il cuore”.

E proprio in vista della sublimazione, l’arte non ha mancato di dare i suoi frutti. Luigi De Mitri narra di come il silenzio galeotto è stato un fattore determinante in cui ha “partorito” la Madonna e il Bambino, illustrati sul retro della copertina del libro, con cui l’artista chiede la protezione dalla pandemia.
E poi il primo cittadino di Squinzano, Gianni Marra, interpellato fra i testimoni si esprime raccontando tutto il travaglio che lo ha reso, per così dire, responsabile della sua Comunità intera, verso la quale ha mostrato una umana solidarietà non comune in ogni dettaglio del problema.

A porgere l’accento sul significato intimo del male creato da questo minuscolo virus che si è diffuso in maniera planetaria è stato  Don Attilio Mesagne, stretto collaboratore dell’Arcivescovo di Lecce, Michele Seccia. Il Sacerdote, di origine squinzanese, ha suggerito indicazioni su come gestire la Fase 3, invitando a ricorrere alla spiritualità che mai tradisce, facendo appello alle risorse della fede, che trovano il loro pieno significato nel fondo dell’unica, irrinunciabile, squisita sensibilità, tipica dell’uomo.