RESISTERE PER RI-ESISTERE: «4 anni fa ho detto no agli usurai. Oggi sono viva. Il fallimento della mia azienda? La mia più grande medaglia»

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RACKET SARACINESCA DI UN NEGOZIO CHIUSA CONCARTELLO CHIUSO PER RACKETMaria, 42 anni, una laurea in ingegneria, il successo, la crisi e poi il fallimento. La sua grande vittoria? Un NO, a gran voce, a quegli uomini subdoli che della sofferenza altrui ne fanno un lavoro.
Oggi quella vittoria la porta a dirci «Voglio essere libera di morire di fame a casa mia. Magari morire sì, ma a testa alta. senza compromessi».

Lei, inconsapevole donna coraggio, ha regalato a noi di Paisemiu.com la sua storia. La storia di una vita che «ha perso quantità ma ha acquistato qualità». La storia di una donna che, al nostro «Come stai?» per sciogliere il ghiaccio, alza lo sguardo e sorridendo risponde «Beh, sono viva, no? È già tanto!».

Quando l’abbiamo incontrata, Maria aveva negli occhi il riflesso della vita che germoglia di nuovo, l’umiltà di chi sa rialzarsi in piedi e reinventarsi anche a 40 anni, la bellezza del suo inconsapevole eroismo.

Raccontaci dall’inizio la tua storia
«Allora, senti – esplode come un fiume in piena – nel 2005 ho aperto un’azienda edile in Toscana. L’azienda gestiva lavori pubblici e costruzioni per committenti privati. I primi anni sono stati anni buoni, i soldi che entravano si reinvestivano, ma nel 2007/08, tra patti di stabilità, chiusura delle banche ai mutui, blocco delle costruzioni, mi sono ritrovata senza liquidità. Mi sono rivolta alle banche con cui avevo già dei rapporti, ma  noi imprenditori edili non eravamo più considerati clienti affidabili. Non solo non ci concedevano linee di credito, ma ci hanno messo tutti alle strette: io ho ricevuto la richiesta di un rientro dall’Unicredit  che ammontava a 180 mila euro  in un massimo di tempo di 3 giorni. Una volta inserita nella centrale rischi, inevitabilmente si sono risvegliate le altre 3 banche, con le quali mi interfacciavo. Io avevo dipendenti, operai e forniture da pagare e ho iniziato a cercare ogni escamotage esistente e lecito per sanare la situazione (assegni a data, cambiali…ecc.)».

Quando sono arrivati gli usurai?
«Un giorno hanno iniziato a girare per il cantiere degli strani uomini, ben vestiti, macchine importanti e visi puliti. Convinta che fossero dei clienti, ero felice. Mancavano 3 giorni al pagamento degli stipendi quando sono entrati nel mio ufficio. Io avevo difficoltà a reperire le cifre, avevo già avvertito i ragazzi che avrei avuto ritardi nel pagamento e loro avevano compreso. Si sono seduti, accento meridionale, calabrese per la precisione: i tentacoli calabresi tengono stretta tutta la Toscana! Abbiamo iniziato a chiacchierare sul periodo difficile: io con i clienti sono abituata ad avere rapporti colloquiali. Poi viene fuori che abbiamo un amico comune: il direttore di banca. Ed ecco la triste rivelazione: “Siamo tutti meridionali, siamo amici tuoi, vogliamo solo investire un po’ di soldi”.
Lì mi si è accesa la lampadina: avevo di fronte una realtà più grande di me, capitata dal nulla. Volevo sprofondare nel pavimento, avevo la mente annebbiata. E poi l’offerta: “Sappiamo che ti sta a cuore sbloccare il pagamento degli stipendi. Ti aiutiamo noi! Ti diamo 50 mila euro e tra un anno ce ne restituisci 130 mila. Se ritardi di una rata, non devi preoccuparti: eventualmente quella verrà considerata come nuovo prestito, al quale verrà applicato lo stesso tasso di interesse. Ti devi fidare. Pensaci”».
Sono rimasta un’ora seduta in ufficio a chiedermi dove stessi finendo. Ero tentata, sarei riuscita a far fronte a quei 130mila euro… Ogni giorno loro erano lì: in cantiere, nei miei incubi notturni. Li vedevo ovunque. Le scadenze non mi lasciavano dormire: sognavo cambiali giganti che mi inseguivano, aspettavo l’alba in piedi perché la notte rimanere soli con sé stessi, con i propri pensieri, è davvero letale. E così un giorno decido di accettare: non ne potevo più».

E cos’è scattato in te tanto da spingerti al rifiuto invece?

«Beh, quel giorno li ho fatti  accomodare in ufficio, ma subito ha iniziato a mancarmi l’aria, sentivo una stretta alla gola. Così ho detto: andate via. Non fatevi più vedere. Mi sono immaginata improvvisamente morta, ho pensato a chi sarebbe rimasto, alla mia famiglia. Ho pensato a tutto quello che avrei provocato alle persone a me care: io, tanto, non avrei avuto vita lunga. Se non avessi scelto io, lo avrebbero fatto loro per me. Avrei finito di vivere, se non fisicamente, avrei venduto comunque la mia libertà: ad esempio non sarei più potuta tornare a casa. Perché, si sa, loro sanno dove colpire».

Cos’è successo dopo?

«La loro risposta è stata: “noi sappiamo dove trovarti, pensaci bene, noi siamo sempre qui, ti raggiungiamo in qualunque momento. Siamo amici, chiamaci se cambi idea”.
La sera, al rientro degli operai, li ho convocati e ho comunicato che l’azienda sarebbe stata chiusa. L’ultimo giorno, salutarli è stato uno strazio. Ho iniziato a vendere i mezzi e tutto quello che avevo per racimolare i soldi per il TFR. Nell’arco di sei mesi sono riuscita a liquidarli e chiudere l’azienda. Sistemare i dipendenti mi ha fatto tirare un sospiro di sollievo: mi avevano dato l’anima, erano stati sempre disponibili giorno e notte, mai nessuno che si fosse tirato indietro. Oggi ci scambiamo ancora gli auguri di Natale».

Maria, una roccia. Ma a distanza di 4 anni questi ricordi la scalfiscono ancora. Mentre parla trattiene a stento la commozione, ma lo sguardo è sempre alto, e si scusa persino se scende qualche lacrima. Come se quella a dover chiedere scusa fosse lei in questo mondo.

usura-banche

«Quando uscivo di casa la loro auto era lì fuori. Non avevo fiducia più in nessuno, vedevo nemici dappertutto. Guardavo con sospetto chiunque incontrassi per strada. La verità è che la gente onesta non viene mai ripagata. Sono tornata in Puglia, sono rimasta un anno chiusa a casa, senza il coraggio di uscire, mi sentivo marchiata. Eppure nessuno in paese poteva sapere quello che mi era accaduto. Ogni tanto ricevevo delle notizie dei miei amici imprenditori: qualcuno ha ceduto e adesso non resta che piangere sulla sua tomba. Non li condanno, anzi! Gli strozzini arrivano, purtroppo, sempre nel momento giusto! Cedere, presi dalla disperazione, è molto facile! Alcuni di loro usufruiscono ancora di questi “aiuti”. Nel paese dove vivevo in Toscana, nell’arco degli ultimi 3 anni si sono tolti la vita ben 20 imprenditori: che sia un caso?  Io lì, ogni tanto, ci ritorno… e so che il giro di usurai continua ad andare alla grande».

Maria, quando torna in Puglia, tiene questo “peso” tutto per sé e, a denti stretti, ritorna a fare la figlia. La volontà di creare un centro anti-usura, la voglia di trasformare la sua forza in un invito al coraggio rivolto a chi, a differenza sua, potrebbe lasciarsi  trascinare dalla disperazione.
«Ho inviato mail ai centri anti-usura dei vari paesi per organizzare dei dibattiti, per sostenere questa battaglia, ma ho trovato solo porte chiuse. Quanti dibattiti organizzano sull’usura? Nessuno! Ci sono violenze come quella psicologica che non vengono considerate. Mi sentivo sbagliata, ho iniziato a fare terapia. Autostima zero, mi sentivo sconfitta come donna, come imprenditrice. Mi sono sentita sola. I miei avevano capito tutto, ma non mi hanno mai fatto domande esplicite. La loro delicatezza è stata la cosa più bella».

Adesso Maria sta bene, è serena, è una libera professionista che ormai non è più disposta al compromesso, di nessun genere. Ha la nausea ed un unico obiettivo: farcela da sola a qualunque costo. «Ora ho la responsabilità solo di me stessa: è più semplice! Sono trascorsi tre anni prima che tornassi a dormire normalmente. La terapia mi è servita per questo: capire, in 4 mesi, che la sbagliata non ero io. Prima d’allora, avevo messo tutto in discussione; ma grazie a Dio mai e poi mai mi ha sfiorato il pensiero di rinunciare a vivere. Il mio istinto di sopravvivenza, a quanto pare, è molto forte, quasi “atavico” mi ripeteva il mio terapeuta. Non è vero che si finisce di vivere dopo un fallimento: anzi! Per chi ha sempre avuto un giro d’affari fatto  di assegni e cambiali, quando questi vengono a mancare, sembra quasi che sia impossibile andare avanti! Invece no, con una carta ricaricabile si vive benissimo ugualmente! Torni a fare l’adolescente, ma vivi! Ora sono allergica alle banche».

Sorride Maria e ci racconta che per rinascere non è mai troppo tardi, perché la vita germoglia sempre, anche quando pensi che sia tutto finito! Ci si può reinventare sempre!

Oggi quel fallimento è la sua più grande medaglia. Oggi lei è viva ed è già tanto. Oggi trascorrere una mattinata con lei appare chiaramente come uno dei doni più belli che la vita possa riservarci. Oggi Maria è libera di gridare al mondo: Maria vs usura: 10 a 0!

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