Il viaggio in-finito

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Sul bus

L’autobus è pieno, la luce è grigia e tipicamente invernale. C’è un signore alto e allampanato che mi guarda distrattamente. Indossa un loden ed un cappello grigio di feltro, che rimanda, attraverso un’impercettibile nuvola di vapore,  il freddo preso per strada. È triste. Mi sembra triste. Ma forse è solo immerso in pensieri tutti suoi. E magari a casa c’è la moglie che lo aspetta  seduta a tavola, di fronte a un minestrone caldo. E il televisore acceso su altri mondi e altre vite sconosciute e in fondo amiche.

Lui entrerà in casa, toglierà le scarpe, le darà un bacio, andrà a lavarsi le mani e siederà con lei a consumare quel momento di pace e famiglia, felice come un bambino nel ventre materno. E dimenticherà l’affanno di un lavoro sempre più difficile, lascerà fuori la giungla che per molte ore l’ha avvolto, succhiandogli energie ed identità. E dopo cena, siederà sul suo vecchio, consolante divano e, mano nella mano, si addormenterà accanto a sua moglie, mentre fingeranno di guardare un film alla TV.

O forse vive coi suoi figli disperati e disoccupati, ciondoli incapaci di pensare al futuro che vivono il presente come i pupi di un presepe inanimato. Fissi , immobili, tristi anche loro.

E i loro volti vuoti  diventano chiodi negli occhi di lui. Che ha trascorso la sua vita lavorando per loro e per loro sognando un giorno migliore del suo.

Intanto che io fantastico,  arriva alla sua fermata e scende. Così un’esistenza se ne va.

Cambio obbiettivo.

E stavolta divento malinconica davvero.

Non l’avevo notato prima, perché la folla lo teneva nascosto al mio sguardo. Niente di che. Solo un ragazzo di colore che è avvinghiato alla sua borsa logora e piena di povera mercanzia come se fosse un naufrago stretto alla sua zattera. Tutto il mondo in una busta. Dove andrà a riposare questo giovane ragazzo di colore? Chi gli avrà preparato un piatto caldo?

Me lo immagino, scalzo, mentre cammina tra le viole, sulle strade non asfaltate del  suo paese lontano. Che è  un bel paese, dove i tramonti sembrano dipinti, così come il mare e la vegetazione. E le carezze di sua madre sono lievi e la musica dei tamburi in lontananza, fedele  compagna.

Ha lavorato sodo per riuscire a raccogliere il denaro necessario a lasciare la sua terra. Andare in Italia, attraversare il mare blu e profondo come la fame, non sentire il dolore dell’addio, lasciare un mondo immutabile in eterno  e ibernare il cuore ed i pensieri, vivendo di sudore e gelo, nell’attesa di un ricongiungimento con tutto ciò che ama.

La traversata è stata dura. Il mare era nero e arrabbiato. Profondissimo. Dentro di lui un mondo ostile pronto a ingoiarlo.

Ogni onda un urlo soffocato, freddo nelle ossa e lamenti di bambini. Tanti corpi in un unico ammasso.

Non bisogni né desideri, non un sorso d’acqua né una parola di conforto.

Se questo è un uomo. Se questi sono uomini.

E sua madre che da un orizzonte ormai perduto cantava un’antica ninna nanna, mentre il resto del mondo dormiva in letti comodi, sicuri, caldi e ignari.

Lui è arrivato in Italia. La terra dei miracoli, la terra dei cachi, la terra di chi gli ha fornito una busta di plastica con dentro mercanzia scadente da vendere sotto il sole cocente o sotto il freddo pungente, che per uno come lui è già tanto. E un letto di stracci in case diroccate e lerce. Un panino, forse. E una radio guasta che non potrà mai fargli ascoltare la musica dei tamburi che pulsa nel suo cuore. Solo clacson impazziti. E niente viole sull’asfalto.

Addio, ragazzo mio. Buona fortuna. La tua fermata è qui, spero che qualcuno apra la porta di casa tua e ti sorrida.

Siamo rimaste sole. Lei ed io. Due donne in  un autobus che ormai sfreccia su strade sempre più vuote.

È scesa la sera.

Ha un occhio che sembra gonfio. Spero di sbagliarmi. Forse è il riflesso della luce ovattata di questi neon  antichi.

Mi guarda, mi sorride impercettibilmente.

L’occhio è nero. Forse è caduta o ha urtato contro lo spigolo della credenza.

A chi non è successo almeno una volta nella vita di aver avuto un occhio nero da nascondere?

Ha con sé una valigia. Sarà appena arrivata. Da dove? Dov’è diretta?

Si alza molto lentamente e si dirige verso di me. Mi si siede accanto.

È molto bella, capelli chiari e lunghi. Alta,  abbastanza giovane. Vestita con abiti scuri che non lasciano notare i dettagli di un corpo che si capisce essere magro.

Siede con me e inizia a raccontarmi di quell’uomo tanto amato, da cui ora sta fuggendo.

La cena di ieri non gli era piaciuta, poco sale nella minestra e la carne dura come una suola di scarpe.

Solo un pretesto per sfogare la rabbia di una vita di cui lei era stata l’unica luce, la sola nota positiva. Che però non era bastata ad aiutarlo, quel povero ragazzo difficile. Già, sempre pronta a scusarlo, lei.

Uno schiaffo ed un bacio. Un pugno e tante parole ad invocare il perdono. “Perdonami, non lo faccio più, ti amo”.

Una volta, tante volte. Così i giorni erano divenuti grigi, e la speranza di un raggio di sole appariva solo una chimera, la solitudine aveva cominciato ad avvolgere l’animo e la paura aveva dissolto l’amore.

Detta così, sembrava essere stata una strada semplice, logica. E invece no. L’altalena di speranze e disillusioni, di carezze e malvagità aveva creato vari solchi nella sua identità.

Il meccanismo è semplice.

Dapprima scusi, poi cerchi di comprendere, poi ti addossi colpe che non sono tue, poi ti credi capace di aiutarlo, non ti arrendi, subisci parole e opere feroci, e sai di non poter dire basta e chiudere semplicemente la porta. Forse ha ragione, forse è davvero colpa tua, che non sai dosare il sale nella pasta, che compri carne scadente, che ti vesti in modo provocante, che non capisci i suoi travagli, che usi un pessimo profumo, che non sai fare il bucato, che non sai fare l’amore. È colpa tua.

Ti rimetti in gioco, cambi marca di detersivo e macellaio. Va sempre peggio.

Tenti di riavvolgere il nastro e aspetti, chiusa come un riccio in quel dolore senza nome, che non è solo fisico. Le mani attorno al collo, alla fine, diventano quasi una liberazione. “Stringi, stringi forte, toglimi il respiro e liberami da questo inferno.” E invece no. Le mani allentavano la presa e le parole, ancora una volta, portavano una tregua. “Perdonami, perdonami”. Fino a quando? Domani, dopodomani. Altri giorni senza senso in una spirale maligna e maledetta.

Tutto era crollato e la via d’uscita sembrava inesistente.

E lunghi giorni freddi, sospesa in un limbo indescrivibile, coi pensieri offuscati. Immobile, statica, in attesa.

Settimane, mesi. E finalmente il coraggio di parlarne a sua madre, di confessare l’atrocità della sua vita ed accettare una mano tesa a salvarla.

Aprire una valigia, buttarci dentro due maglioni, uscire di casa, salire su un autobus erano stati i gesti più arditi di tutta la sua vita.

Sull’autobus aveva incontrato tanta gente, ma solo un signore allampanato aveva catturato la sua attenzione. Avrebbe tanto voluto seguirlo in casa sua, avrebbe tanto voluto cenare con lui e sua moglie e addormentarsi insieme a loro sul vecchio divano, mentre fingevano di guardare un film alla TV.

Ma quel probabile padre era sceso da solo e le aveva liberato lo sguardo giusto per farle vedere che al mondo c’è tanta gente che soffre. Il ragazzo di colore, ad esempio. Lui e tutti i suoi addii, la penosa busta di plastica piena di mercanzia scadente e la traversata drammatica e il letto lercio in una casa senza famiglia.

Era sceso anche il ragazzo. Lei gli aveva fatto una carezza col cuore e augurato buona fortuna.

Ormai  sola su quell’autobus addormentato, si era vista riflessa nel vetro di fronte. Aveva cambiato posto, aveva raggiunto quell’immagine di lei per fare compagnia a sé stessa. Ma i pensieri la inseguivano, le parole producevano un’eco infinita nel suo cervello.

“Perdonami, ti amo. Perdonami, ti amo. Perdonami, ti amo”. Forse non era cattivo, forse l’amava davvero, a modo suo.

Lo immaginava all’arrivo in casa. Non l’avrebbe trovata, sarebbe impazzito, e se fosse tornata, stavolta l’avrebbe uccisa.

Stavolta no, invece. Non l’avrebbe sfiorata né con le sue mani né col suono delle sue parole.

Chi ama non picchia. Chi ama non usa violenza. Chi ama non fa del male. Chi ama non uccide.

Chi maltratta, picchia, uccide non ama. Chiaro come la luce dell’alba.

Possiamo dargli mille nomi, ma non chiamiamolo amore.

L’autobus era giunto al capolinea. Il commissariato era lì di fronte e sua madre, infreddolita e incredula, l’aspettava con un guizzo di felicità negli occhi stanchi.

Il cammino per ritrovarsi non sarebbe stato breve o facile, ma certamente era finita la salita.

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