Mercoledì delle Ceneri: auspicando il pentimento

0
141

Nell’antico rito delle Sacre Ceneri il sacerdote cospargeva la testa dei fedeli con la cenere pronunciando una delle seguenti formule: «Ricordati huomo, che sei polvere e che in polvere ritornerai» o «Ricordati huomo, che tu sei cenere, & in cenere ritornerai, nel nome del Padre, del Figlio, e dello Spirito Santo, amen». Accade, com’è noto, anche adesso il mercoledì delle ceneri, giorno che, oltre a segnare l’inizio della Quaresima (40 giorni che precedono la Pasqua), invita ogni cristiano alla penitenza e alla conversione.

Il rito sottolinea quanto siamo fragili e quanto di terreno è veramente fugace; ogni vanità e ricchezza diventa così una sordida cenere.

Mi piace ricordare, a proposito di cenere e caducità umana, una storia leggendaria di un miracolo, oggetto del dipinto di cui sopra.

I primi monaci certosini erano in numero di 7, assistiti e nutriti da Ugo, l’anziano vescovo di Grenoble, il quale, la domenica precedente alle ceneri, mandò loro della carne, oggetto di discussione, fra i religiosi, se consumarla o meno. Su tale episodio nacque questa leggenda: i monaci caddero in un sonno profondo, per volontà divina, e si risvegliarono dopo 45 giorni, ovvero alla fine della Quaresima. Gli anacoreti ricevettero la visita del vescovo il mercoledì santo ed egli poté così constatare il loro risveglio e la carne ancora nei loro piatti, ma il cibo, prodigiosamente, si era trasformato in cenere, dando così conferma alla scelta di astenersi dalle carni da parte degli eremiti.

La tela del pittore spagnolo Francisco de Zurbarán, realizzata dal 1630 al 1635, oggi conservata al Museo provinciale di Belle Arti di Siviglia, narra questa storia in modo egregio. Ugo, a destra, appoggiandosi ad un bastone, tocca la carne trasformatasi in cenere, mentre il suo paggio ne verifica l’accaduto. Da non tralasciare che i 7 certosini sono rappresentati con il volto emaciato a causa del digiuno.

Dopo l’itinerario penitenziale della Quaresima ecco che il sepolcro, una sorta di giusto patibolo alla nostra ignoranza, attraverso la contemplazione può trasformarsi in educazione della nostra sapienza mentre il grido di Gesù prima di morire: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno» ne costituisce un’altra significativa prova. Si pensi che, proprio a causa della stessa ignoranza, tutti coloro che intonavano Osanna sono capaci, ancora oggi, di trasformarlo nel grido di crocifissione dello stesso Salvatore. Trattasi della medesima ignoranza (nel senso latino ignorantia) che continua a portare ingiustizie nel mondo.

Venendo alle vicende belliche di questi giorni come non pensare ad una sorta di cecità nel vedere gli errori e gli orrori della guerra come atti di giustizia? L’intensificazione dei conflitti sta portando sofferenza e morte e purtroppo, nonostante ciò, ecco ripresentarsi gli stessi sbagli del passato in cui qualcuno smette di ammettere di essere un uomo per sognare di essere un dio. L’offuscamento della vista è talmente significativo che non permette di riconoscere il vero tanto è forte la viltà del fango che lo ha reso cieco. Sembra che la storia non abbia insegnato l’inutilità di costruire imperi, ricchezze e propri tornaconti se poi si muore. Eppure basterebbe percepire nel modo giusto la nostra caducità per rendersi conto quanto non abbia senso parlare e continuare a fare guerra contro altri popoli convincendosi che per vivere in armonia con il mondo c’è bisogno di investire nei valori, nella pace, nel rispetto e nella bellezza senza tempo. In un certo senso, attraverso la guerra, l’umanità sembra voler anticipare la propria morte dimenticando che la vita, in quanto dono, non solo va preservata ma tutti ne hanno diritto come sancito anche dall’ articolo 2 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea («Ogni persona ha diritto alla vita»).

Allora a questi uomini crudeli e guerrafondai non rimane che suggerire una sincera e profonda meditazione sulla morte affinché si faccia luce nelle tenebre da parte di coloro che si sono allontanati con avversione da Dio, invitandoli altresì a trasformare la cattiveria e la ferocia in preghiera e riflessione per la morte dei nostri fratelli, quasi estensione del mutam cinerem di catulliana memoria.

Sperando in un dialogo costruttivo, l’unica risposta è riflettere sulle parole di San Paolo: «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male» evitando l’escalation di violenza.

Congedandomi non resta che rispondere all’appello del Santo Padre ad unirci oggi alla «Giornata di digiuno e di pace» affinché cessino le guerre e il mondo possa finalmente riaprire gli occhi alla vita come è accaduto a Kiev, venerdì 25 febbraio, con la nascita della piccola Mia.

Copyright © È vietata la riproduzione anche parziale

Compositore, Direttore d’Orchestra, Flautista e Musicologo. Curioso verso ogni forma di sapere coltiva l’interesse per l’arte, la letteratura e il teatro, collaborando con alcune riviste e testate giornalistiche. Docente presso il Conservatorio di Perugia, membro della SIdM (Società Italiana di Musicologia), socio dell’Accademia Petrarca di Arezzo, dal 2015 ricopre l’incarico di Direttore artistico dell’Audioteca Poggiana dell’Accademia Valdarnese del Poggio (Montevarchi-Arezzo).

LASCIA UN COMMENTO

Per favore scrivi un commento valido!
Inserisci il tuo nome qui

Convalida il tuo commento... *

CONDIVIDI
Previous articleRiflessi nell’anima – 02 marzo 2022, Mercoledì delle Ceneri
Next article“Io so ma non ho le prove”: ricordando Pasolini a cento anni dalla sua nascita