Salento & dintorni – C’era una volta… attraverso il racconto dei piccoli borghi

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Chissà quanti giovani delle nuove generazioni hanno visto all’opra ciabattini, fabbri, falegnami, ecc., considerando che, nell’era del consumismo, si preferisce rottamare piuttosto che riparare le cose. Allo stesso modo, quando si acquistano i prodotti della terra come frutta e verdura o altri generi alimentari, è più frequente rivolgersi alle grandi catene di distribuzione piuttosto che al contadino. Pertanto non deve stupire se un bambino che vive nella grande città non ha mai visto e/o toccato una gallina, una pecora o un cavallo, o lavorare un casaro o un contadino.

Da un certo punto di vista si spiega così il successo delle fiere agricole con esposizione di prodotti biologici e/o di animali.

Il tema si intreccia e rimanda ad alcuni aspetti della vita di altri tempi in cui, per molte persone, semplicità faceva rima con povertà e l’unico leitmotiv era quello di predisporsi ad una vita di sacrifici. Tutto si svolgeva con ritmi diversi e non esisteva lo stress di dover prendere di corsa un aereo piuttosto che un treno ad alta velocità. Tranne per i pochissimi casi in cui ci si poteva permettere un’autovettura, le persone si muovevano a piedi o con il carretto trainato dai cavalli, mentre per trasportare materiale di ogni genere si preferiva il mulo o l’asino, entrambi adatti anche come mezzo di locomozione per i bambini. Da una situazione del genere è facile immaginare una condizione ambientale di minore rischio, un’alimentazione più genuina e l’abitudine al recupero.

A raccontare oggi quei pezzi di vita con i loro protagonisti (arti, mestieri e professioni di una volta) oltre ai libri, le testimonianze dei nostri genitori e nonni, sono gli oggetti stessi, gli arnesi del mestiere che, pur usurati dal tempo, riescono a restituirci un’umanità che rischia di cadere nell’oblio.

Dagli Anni ’80 del secolo scorso in alcuni luoghi del nostro Paese sono nati dei musei proprio con l’obiettivo di conservare e far conoscere, soprattutto alle nuove generazioni, tradizioni, arti e mestieri di una volta che si sono estinti.

Uno di questi luoghi della memoria si trova a Calascio (L’Aquila), nascosto nei vicoli del piccolo borgo, tra una scalinata e un’altra, in via Notar Fulgenzi.

Il nome scelto per questo luogo è Pane amaro per ricordare che il valore delle cose e di ciò che possediamo si conquista con il sacrificio e il sudore della fronte.

Entrando in questo ambiente (ex stalla) si percepisce che il tempo si è fermato e non è un caso se, all’interno del museo, non esista un orologio. Gli arnesi, esposti per tipologia di mestiere, sono appesi al muro e/o raggruppati all’interno di uno specifico spazio a cornice, facendo bella mostra di sé.

Naturalmente, per chi è lontano da questa realtà, colpisce in particolare la presenza di una serie di oggetti legati alla pastorizia. Oltre agli ombrelli utilizzati dai pastori, si trovano i cesti per fare la ricotta o lo strumento per tosare le pecore, ecc.  A descrivere poi in dettaglio la nascita del museo, la cultura della pastorizia ed in particolare del tratturo (sentiero percorso per gli spostamenti delle greggi), c’è il signor Claudio Fulgenzi che illustra con molta dovizia di particolari aspetti e fenomeni, comprese le ragioni del perché i pastori abruzzesi portavano le loro greggi in Puglia piuttosto che altrove.

Visitando Calascio c’è un dettaglio importante da non trascurare sulla possibilità non solo di poter acquistare i prodotti della pastorizia, ma anche di gustarli.

La paninoteca all’interno della casa Museo offre l’occasione di apprezzare il “mordi e fuggi” di un gustoso panino, mentre nel vicino Ristorante “Da Clara”, gestito dai proprietari di Palazzo Diamante, è possibile trovare squisitezze e genuinità culinarie che diventano anche un ritorno al cibo, ai sapori e alla cultura culinaria di una volta.

Il borgo inoltre sorprende anche per la vista delle montagne intorno: la Rocca, la bella natura e per chi ama gli animali può imbattersi anche in tanti gattini che girano comodamente nelle viuzze, venendo incontro quasi ad accogliere il turista.

Appena ci si allontana è possibile incontrare qualche gregge di pecore il quale, unito allo «sciacquìo, calpestìo [e ai], dolci rumori» come accade in Pastori d’Abruzzo di D’Annunzio, può donare quella colonna sonora ideale per lasciarsi riavvolgere da una vita sicuramente meno stressante.

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Compositore, Direttore d’Orchestra, Flautista e Musicologo. Curioso verso ogni forma di sapere coltiva l’interesse per l’arte, la letteratura e il teatro, collaborando con alcune riviste e testate giornalistiche. Docente presso il Conservatorio di Perugia, membro della SIdM (Società Italiana di Musicologia), socio dell’Accademia Petrarca di Arezzo, dal 2015 ricopre l’incarico di Direttore artistico dell’Audioteca Poggiana dell’Accademia Valdarnese del Poggio (Montevarchi-Arezzo).

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