Punto di vista – La chiusura dell’Ambulatorio di Terapia Antalgica dell’Ospedale San Giuseppe di Copertino.

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Ho avuto, purtroppo, modo di dover ricorrere, per una persona a me molto cara, all’ambulatorio di terapia antalgica dell’ospedale San Giuseppe di Copertino.
Un luogo che evoca molti ricordi in me e in tantissime persone di svariate generazioni dei paesi limitrofi a quello del Santo del volo.

Chi di noi non ha avuto bisogno di cure al Pronto Soccorso? Chi non ha vissuto la gioia della nascita di un figlio? Chi non ha pianto d’emozione per aver visto salva la vita di un congiunto? Chi non ha detto addio a qualcuno che amava?

Negli ospedali è concentrato l’intero cammino dell’esistenza e sapere che in qualunque caso si può avere la vicinanza territoriale di un ospedale pubblico funzionante, strutturato e valente è sempre un grande conforto, ma soprattutto un diritto sacrosanto dei cittadini.
Negli anni la sanità si è impoverita perché – cosa ne vogliamo sapere noi, uomini e donne della gleba, di bilanci, di debiti, di conti che non tornano e di come si risanino certe situazioni – gli sprechi di decenni addietro hanno obbligato i politici a ridimensionare i servizi. Peccato che, molto banalmente, non ridimensionino mai le loro cariche e il loro potere. Peccato che siano scelte sempre a scapito dei sofferenti.

Non diciamo niente di eclatante, la realtà italiana è sotto gli occhi di tutti, e i danni sulla pelle e nell’esistenza delle persone.
Non so se l’abitudine ci abbia intorpiditi, non so se accettiamo ogni decisione che arrivi dall’alto per l’antica pratica di obbedienza che abbiamo nel DNA. Certo è che la situazione della sanità pubblica, soprattutto quella dei nosocomi di provincia, è oramai a livelli di depauperamento quasi assoluto. Sarebbe auspicabile tornare alla salvaguardia della nostra salute, dovrebbe essere la priorità. Siamo tra i popoli più oberati dal sistema fiscale e al contempo più penalizzati nei diritti.
Retorica, sì, ma solo se non si conosce il dolore. Solo fino al giorno in cui il bisogno di essere curati non bussa alla nostra vita.

Essere costretti a chiudere un ambulatorio che si occupa di alleggerire il dolore di circa 1000 persone all’anno è ingiusto e triste.
Chiuderlo per mancanza di personale assolutamente inaccettabile.
Chi è devastato da un cancro dove andrà a trovare sollievo?
Cercare soluzioni alternative, magari in regime di solvenza, quando invece la soluzione migliore sarebbe dare importanza e dignità ai pazienti e ai professionisti che hanno fatto la storia di certi reparti, obbedendo all’unico padrone che un medico – ma anche un politico- dovrebbe avere, e che è la propria coscienza.
La carenza di personale porta inevitabilmente alla chiusura, non serve sapere altro.
Non è questo il mondo che vogliamo.
Se ne rendano finalmente conto coloro che decidono impunemente della nostra vita e della nostra morte.