La morte ai tempi del “Grande Fratello”

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Loris striscioneL’eterno movimento che regola l’esistenza ha prodotto in tempi brevi cambiamenti radicali in ogni settore della nostra vita, lo sappiamo. Alcune cose ci piacciono, altre no. Ma dobbiamo comunque convivere con un sistema da grandi numeri, dove spessissimo ci sentiamo soli, dove spessissimo ci mettiamo su comodi ma forse miseri balconi col nostro occhio critico ad osservare la superficie di altre isole di solitudine e lì pontifichiamo, scriviamo appunti su pagine stropicciate.

O almeno così sembra.

Gli esempi in questo senso non mancano e ci vengono forniti in primis ed in modo eclatante e massiccio dai mezzi di comunicazione che negli ultimi anni stanno dando un aiuto davvero importante nella formazione delle persone. Un pauroso appiattimento verso il basso. Verso il baratro.

La cultura del grande fratello.
E non solo per mostrare, che già di suo ha un significato inquietante, ma per far emergere e incanalare tutti i peggiori sentimenti che albergano nelle menti e negli animi umani, e farli esplodere senza pensieri. Ci piace tantissimo che qualche tragedia ci colga. No, correggo. Ci piace tantissimo che qualche tragedia colga gli altri.
Noi amiamo stare comodi in poltrona, da buoni scolari svegli. Ci prepariamo nei dettagli, impariamo a memoria volti nomi storie, e li sapremmo ripetere meglio di quelli che compongono il nostro albero genealogico. E mentre la polvere si accumula sui nostri mobili Ikea, noi entriamo in altre case, in altre vite, diventiamo in un attimo investigatori, sociologi, psicologi, giudici, padroni della vita e della morte, diventiamo boia, sacerdoti, ci sostituiamo a Dio, chiunque esso sia.
Elaboriamo teorie, assolviamo noi stessi.

La tv è piena di immagini accattivanti. La gente che condivide la cittadinanza con le vittime di turno, se intervistata, è dapprima sbalordita; poi si riprende, segue la scia e, ringalluzzita dalla fuga di notizie che escono in fretta dalle Procure, parla e cambia idea. Che gambe lunghe hanno quelle notizie, e quanta fretta! Ma noi siamo più veloci di loro. Noi siamo educati al dovere di esserci, eccellente evoluzione delle chiacchiere da cortile delle nostre mamme. Anche se oramai siamo un po’ confusi dai nostri stessi maestri, storditi più di noi.
I nostri bimbi vorrebbero le costruzioni per Natale. Stiamo attenti a non regalare loro i plastici di Bruno Vespa, mi verrebbe da dire, cedendo all’impulso facile di giudicare anch’io.

Invece sono triste.
Triste che non si riesca a distinguere la finzione dalla realtà. Che invece di andare al cinema o leggere un libro, ci accomodiamo di fronte a quella straordinaria scatola chiamata televisore, che ci ha fatto tanto sognare, un tempo. L’imbarazzo della scelta è reale. Su qualunque canale si parla di morte e dolore in modo puntuale e più o meno invitante, a seconda dei giornalisti, delle testate, delle linee editoriali, di quello in cui ci riconosciamo meglio.

Mi ricordo moltissimi anni fa, era una sera di giugno. Mi ricordo di un bimbo caduto in un pozzo nel Lazio. Una diretta televisiva che durò per tutta la notte. Forse fu allora che cominciammo a cambiare, che perdemmo di vista la linea di demarcazione tra un sincero dispiacere e la più becera curiosità. Forse quella notte cominciammo a perdere la dignità. Mi ricordo di mio padre che spense il televisore, mi guardò con occhi pieni di compassione e mi disse di andare dormire.
Le tragedie, un tempo, meritavano rispetto. Non feroce, inutile, bieco coinvolgimento. E oggi? Oggi SE una madre uccide il proprio figlio è da condannare senza appello. Nessun processo formale. Il Tribunale dei miseri si riunisce in udienza privata con la propria coscienza, e più spesso coi compagni di merenda, barbiere, bar dello sport e piazze virtuali, decreta la colpevolezza e decide le pene. Ci piace tantissimo gridare al mostro, è inutile negarlo. Sputare (letteralmente) sentenze. Istigare alla violenza. Incitare al castigo.
Beninteso, riferendomi alla tragedia della morte del piccolo Loris, penso che lo strazio sia il sentimento principale che colpisce e addolora. Poi la rabbia, certo. Credo anche, però, che meriti il silenzio di tutti e le preghiere di chi crede. E forse un po’ di domande su questa ennesima disgrazia, la ricerca di uno spunto di profonda riflessione, il mettere in discussione il nostro modo d’essere adulti. Credo sia un discorso da fare. Collaterale al fulcro del tremendo accadimento, del destino tronco di una creatura incolpevole. Ci sta.
Ma perché non ci lasciamo anche sfiorare da un flebile barlume di compassione? Perché non ci chiediamo se sia davvero così facile per una madre uccidere il proprio figlio? Perché non aspettiamo che chi di dovere, che non siamo noi, porti a termine le indagini? Perché non rispettiamo i tempi e i termini di un regolare processo? Ma davvero non abbiamo altro da fare, da costruire, da mostrare, da donare? Che cosa ci hanno fatto? Non ci piace questa umanità. Non ci piace questo giornalismo, non ci piace la caccia alle streghe. Da più parti è stato chiamato sciacallaggio, ma noi non ci sentiamo di offendere gli animali.
Informare è un dovere. Sguazzare nella devastazione dell’esistenza degli altri è una cosa profondamente diversa. Basta un tesserino per chiamarsi giornalisti. Serve molto di più per esserlo. L’invasione mediatica, la fretta di assegnare un colpevole, la superficialità, la mancanza di rispetto per la piccola vittima, l’odio verso la sua desolata madre. Di questo ci stanno nutrendo, di questo vogliamo nutrirci. Desolata, quella madre, come un paesaggio d’inverno al polo nord. Nuda, giovane, indifesa come il suo bambino, estremamente sola, forse malata, forse bisognosa d’aiuto, forse psicolabile, forse stupida, forse falsa, forse colpevole. O forse no.

Ma perché? Dove ci siamo persi, quando ci siamo trasformati, in quale momento preciso? Noi non abbiamo nessuna colpa?
Penso alla moltitudine di persone che si definisce cattolica, giusto per fare un esempio. Ci pensano mai a quel Gesù, che di fronte all’adultera in procinto di essere lapidata, invitò chiunque non avesse mai peccato, a scagliare la prima pietra?
Ma che c’entra? Ci sono peccati e peccati. E soprattutto peccatori e peccatori. E’ difficile accettare che chi dà la vita possa dare pure la morte, è ostico per la nostra mente ammettere che determinate mostruosità possano avvenire in un ‘luogo’ sacro qual è considerata la famiglia. Guai a toccare i pilastri su cui fondiamo le nostre consolanti convinzioni. Come se le famiglie fossero fatte di cemento, fortissime, inattaccabili, scevre da miserie e sempre pronte a proteggere i deboli. Dimenticando che, al contrario, moltissimi casi noti e legalmente provati di abusi tra i più indicibili e tragici avvengono proprio all’interno di quei quattro muri domestici. E tantissimi altri sommersi e nascosti per paura e vergogna.

Forse dovremmo andare un po’ più in profondità. Pensare un momento a quello che siamo noi davvero, senza indulgere nella buona apparenza, senza i filtri con cui ci proponiamo agli altri. Soli, senza i selfie ed i like di facebook. E magari sintonizzare i televisori su programmi di musica che trasmettano canzoni d’amore. O prendere per mano i nostri bambini, andare al mare, raccontare loro una favola, ascoltarli, metterli al primo posto nella scala delle nostre priorità, senza scuse. Ricordare che l’infanzia non finisce a tre anni, e che genitori si è per sempre. O mai. Così come giornalisti.

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