“Ad un cerbiatto somiglia il mio amore” di David Grossman

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Israele, guerra dei sei giorni; Avram, Orah e Ilan, sono ricoverati a Gerusalemme in un reparto di isolamento. Il conflitto imperversa e i tre ragazzi durante le ore angoscianti ed estenuanti del coprifuoco intessono una fortissima amicizia che si trasformerà poi, con gli anni, nel matrimonio tra Ilan e Orah. A distanza di tanto tempo dopo, Orah è una donna separata e madre di due figli: Adam e Ofer, quest’ultimo si offrirà di partire volontario per una missione in Cisgiordania, nonostante avesse programmato un viaggio in Galilea con la madre.

Grossman è estremamente abile ad intessere una trama mettendo in evidenza l’intreccio e le banalità della vita quotidiana: sa scendere nell’intimo dei personaggi, scavare nella loro intensa e complessa interiorità facendoli vivere in una storia avvincente e coinvolgente al tempo stesso.

Un bel romanzo, dai temi profondi, importanti, un’opera potente e indimenticabile come tutti i suoi libri. Con maestria da vita ad una storia complessa e molto forte, attraverso flashback, dialoghi, flussi di coscienza, costruendo l’angoscia e lo strazio di vivere in una terra come Israele. Una storia narrata in terza persona che si dipana mettendo insieme e declinando temi universali e complessi: l’amicizia, l’amore, i rapporti familiari e la situazione israeliana che da sfondo irrompe prepotentemente nella trama narrativa.

Grossman scava, come solo lui sa fare, nella identità dei personaggi e attraverso dialoghi intensissimi tratteggia e fa vivere nelle pagine del romanzo personaggi dalla personalità complessa.

Orah, Avram, Ilan: ognuno con i propri drammi e malesseri interiori. Mentre Orah e Avram percorrono a piedi la Galilea vengono descritte le bellezze naturali del territorio: i fiori, i campi coltivati, i torrenti, e questo cammino reca in se un forte valore simbolico: la terra e gli uomini non vogliono cattive notizie. Senza cellulare, senza leggere i giornali, i due avanzano aspettando che Oraf a fine missione torni a casa. Il non poter ricevere notizie è solo un espediente per poterle neutralizzare.

Anche Grossman, nel suo esercizio di scrittura, ha pensato di esorcizzare una notizia nefasta: il romanzo è dedicato al figlio Uri, morto nella guerra israelo – libanese del 2006, ucciso da un missile anticarro durante un’operazione delle Forze di difesa israeliane nel sud del Libano.

Il libro di straripante sensibilità e ricchezza, intriso di angoscia, dolore, presagi, mostra al lettore una forza vitale ancestrale: quella forza insita nelle cose e nella vita. La forte e acuta partecipazione emotiva dello scrittore svela e rivela la lacerazione straziante della perdita ma al contempo invoca la speranza, la voglia di ricominciare nonostante tutto, malgrado tutto, affermando la positività del vivere. Nonostante incomba nel tessuto narrativo lo spettro della morte e della sofferenza questo romanzo è un inno alla vita e all’amore che va oltre ogni atrocità e aberrazione. Un capolavoro, un libro commovente, infinito, di grande impatto emotivo e letterario, scritto con una potenza narrativa esplosiva; evocazioni di particolari, vite complesse raccontate, incastro di ricordi, tutto narrato con efficacia rappresentativa con uno stile unico, limpido e fortemente incisivo.