Artisti-barboni: Ippolito Chiarello ci racconta come strade e piazze diventano palcoscenico per una notte

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ippolito chiarelloLecce – Strade e piazze di Lecce che diventeranno un grande palcoscenico all’aperto per una notte: la formula di “Artisti-barboni per un giorno”, in programma sabato 4 ottobre a Lecce, sta crescendo di anno in anno, ed è ormai una realtà consolidata nel panorama artistico, non solo del territorio salentino. Anche in questa quarta edizione ci saranno artisti provenienti da ogni parte di Italia che invaderanno i luoghi più suggestivi del capoluogo: si comincerà alle 19.00, presso la scuola media Scipione Ammirato, con una grande assemblea pubblica con artisti, operatori culturali e dell’informazione, che discuteranno attorno al tema “L’arte come bene quotidiano”. Dalle 22.00 in poi, invece, inizieranno le vere e proprie performance dislocate fra il centro storico e le piazzette limitrofe: come una caccia al tesoro sarà divertente andare alla ricerca degli artisti, che si riuniranno infine a mezzanotte in piazza Sant’Oronzo per il gran finale.

Come ogni anno, tutta l’iniziativa sarà coordinata dall’eclettica personalità di Ippolito Chiarello, noto attore e regista teatrale che ha fondato il vero e proprio movimento del barbonaggio teatrale. Noi di paisemiu.com lo abbiamo intervistato proprio in vista di questo quarto appuntamento con la rassegna, che ha esportato anche fuori dai confini nazionali riscuotendo un certo successo.

Come nasce l’esperienza di questo genere del barbonaggio teatrale?

“Parliamo di un progetto artistico e di vita nato il 17 luglio 2008, data di debutto del mio spettacolo ‘Fanculopensiero stanza 510′ al Festival Internazionale Castel dei Mondi di Andria. Da quel debutto e dal disagio come uomo e come artista rispetto al sistema arte e teatro, in particolare in Italia, e rispetto più intimamente alla vita di ogni giorno come essere umano, è nata la necessità di fermarsi e trovare una strada nuova da percorrere. Serve il mio mestiere? Come faccio a farlo tutti i giorni? Come riuscire a entrare in un ingranaggio complesso e poco interessante? Come dare dignità a un lavoro che in Italia non è considerato tale? Da queste domande è nata l’idea di scendere in strada a vendere direttamente il mio spettacolo alla gente, scavalcare tutto il sistema per cercare di migliorarlo naturalmente dal basso. Da poche strade e da poca gente sono arrivato a battere tutta l’Italia e anche gran parte dell’Europa. È un tentativo di aprire un varco nel sistema teatrale e dell’arte italiana e cercare nuove strade per diffondere la cultura teatrale e distribuire gli spettacoli”.

É un’esperienza che hai portato in giro in tutta Europa: come é stata recepita dal pubblico nei diversi paesi europei? E in Italia?

“La risposta del pubblico all’estero è stata straordinaria: tutti hanno voluto ascoltare il testo in italiano e godere della bellezza del progetto itinerante del barbonaggio teatrale. In Italia la risposta 
si è tradotta in 300 città attraversate, e tanto pubblico affezionato che ha seguito e continua a seguire, a spingere e sponsorizzare il barbonaggio come forma d’arte e di rivolta politica attiva, senza piagnistei”.
Qual è il tuo giudizio riguardo alla cultura teatrale italiana e al valore che viene dato al teatro? Che consigli daresti a chi si approccia a questo mondo?

“Penso essenzialmente che i teatranti a un certo punto si siano chiusi nel buio dei propri teatri e abbiano iniziato a produrre preoccupandosi non del pubblico, ma solo del parere dei critici e della possibilità
di andare in un festival. In Italia, poi, il teatro e l’arte sono considerati beni secondari, se non inutili. Quando la crisi avanza, si taglia sulla cultura. A chi si approccia al teatro ho un solo consiglio da dare: lavorate e formatevi solo con chi fa questo lavoro veramente. Bisogna essere disponibili a fare un percorso impegnativo, senza risparmiarsi”.

 “Ristabilire una relazione sentimentale col pubblico” è una frase che caratterizza la tua presentazione ed è un obiettivo che ti sei posto: cosa significa? Pensi di averlo raggiunto?

“Il pubblico, molte volte, gli artisti lo hanno dimenticato. Il pubblico è il bene primario del nostro lavoro. I teatri sono frequentati sempre dalle stesse persone. Bisogna avvicinare nuovo pubblico. Avvicinare la gente, riempire i teatri. Il pubblico può salvare il teatro dimenticato dalle istituzioni. Bisogna fidelizzare il pubblico, costruirvi un rapporto sentimentale, appunto, ossia avere una relazione reale con le persone che ti seguono, creare un rapporto di fiducia, diventare necessari nel loro percorso di esseri umani”.
Hai avuto anche delle esperienze cinematografiche: quali pensi siano i pregi e i difetti del cinema rispetto al teatro?

“Il cinema è più bello vederlo che farlo. Il teatro è più divertente farlo che vederlo. Nel cinema i tempi di attesa sono molto lunghi, e non c’è un reale coinvolgimento emotivo. Il grosso è nelle mani del regista, le emozioni sono frutto di un montaggio postumo e attento delle scene. A volte anche un mediocre attore può diventare un attore molto richiesto. Il teatro o lo sai fare o si rischiano di fare brutte figure. Il lavoro di prova e la messinscena in teatro sono “opera viva” sempre, ogni giorno accadono diversamente, e la fisicità è il valore aggiunto del mezzo teatrale. In teatro non hai paracadute, cadi e ti puoi fare molto male, oppure voli e raggiungi sensazioni a volte non comunicabili”.

Ippolito Chiarello attore: qual è il palcoscenico più bello su cui ti sei esibito e qual è invece quello su cui ti piacerebbe esibirti?

“Il palcoscenico più bello e importante è stato del Piccolo di Milano, quello più emozionante rimane la strada. Il palcoscenico su cui mi piacerebbe esibirmi è quel palcoscenico da cui posso vedere una platea piena di gente”.
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