Mi chiamo Covid-19 e non sono più cattivo di voi

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Mi chiamo Mario, ho 46 anni, sono un agente di Polizia Municipale di un piccolo paesino del centro Italia. Sono sposato con Anna da 10 anni e abbiamo due bambine. Svolgo il mio lavoro con passione e i miei colleghi mi hanno sempre preso in giro perché dicono che sono ipocondriaco. Ogni inizio turno pulisco la scrivania condivisa con altri colleghi e ogni inverno faccio il vaccino antinfluenzale perché è vero, le malattie mi fanno paura. Oggi però i miei colleghi non mi prendono più in giro e sono stati costretti a pulire anche loro la scrivania. Io, invece, ho sempre più paura. Ho il dovere della divisa e non mi posso fermare, nemmeno per scelta. Ci hanno chiesto di fare i cani da guardia agli indisciplinati, a coloro che pur potendo starsene al sicuro se ne vanno a zonzo. Io e i mie colleghi dobbiamo fermarli, controllarli mentre vorrei solo tenere tutti lontani da me. Ho paura, non me ne vergogno. Quando rientro a casa tolgo la divisa e la lascio in veranda, entro e non saluto nessuno, corro in bagno e faccio una doccia. Niente baci né abbracci, con mia moglie non faccio nemmeno più l’amore e dormo in una stanza da solo.

Sono Rosa ho 39 anni e sono un’insegnante. Ho speso la vita sui libri perché insegnare per me è la vita. Quando hanno chiuso le scuole di ogni ordine e grado mi è mancato il fiato, mentre sui social impazzava la solita manfrina sulla nostra situazione di eterna vacanza. Invece per me è iniziato un incubo: cosa ne sarebbe stato dei miei ragazzi? Come avrebbero affrontato la maturità? Il rischio per la salute pubblica mi sembrava ancora un mostro lontano. Così mi sono ritrovata da sola con due bambini piccoli in un appartamento di 60 metri quadri a dover fare lezioni on line, collegio docenti e verifiche varie con i piccoli saltellanti e urlanti alle spalle. Credevo di impazzire e insegnare in quelle condizioni mi sembrava il peggio che potessi vivere. Invece no, la vita doveva ancora mostrarmi il peggio di sé! I ragazzi si sono mostrati sorprendentemente maturi e collaborativi fino a quando il mostro non ha divorato le loro giovani vite. Così oltre a coprire le lacune dello studio a distanza ho dovuto asciugare lacrime dal video di ragazzi che avevano il padre in terapia intensiva, il nonno tra le braccia di Dio. Ho dovuto consolare la loro paura che il virus non si sarebbe fermato. E allora addio ad ogni forma di didattica, nessuno mi ha mai formato per questo. I miei figli sempre saltellanti alle mie spalle.

Io sono Marianna, 50 anni, ho tre figli e un ex marito che sarebbe meglio dimenticare. L’assegno di mantenimento è un miraggio lontano, una continua lotta tra avvocati che non mi garantisce certo la spesa per i miei figli. Così, come tante, rimedio la giornata facendo la donna delle pulizie qua e là, in nero certo come potrei altrimenti. Almeno posso andare al supermercato in attesa che arrivino gli arretrati dello stronzo.

Invece degli arretrati è arrivato un maledettissimo virus che ha fermato tutto e tutti. Solo le esigenze dei miei ragazzi non si sono fermate, anzi sono aumentate. Serve la stampante, serve la connessione, serve un altro computer altrimenti studiare è difficile, ma nelle  mie tasche non c’è più un soldo e lo stronzo ha un alibi in più per non mandare nemmeno un euro. Mi domando se non possa ritenermi una contagiata anche io.

Mi chiamo Valeria, 41 anni, sono un medico della terapia intensiva di un ospedale lombardo. Sono giovane e ho ancora poca esperienza ma la determinazione a salvare vite mi ha permesso di essere all’altezza in molte situazioni difficili. Questo virus è arrivato come uno tsunami e non ci ha lasciato nemmeno il tempo di aprire un manuale. I miei occhi hanno visto cose che segneranno la mia vita e la mia carriera per sempre ma non possiamo crollare. Ho visto pazienti morire su una barella perché non c’erano più posti, né strumenti per tentare il tutto e per tutto, li ho visti andar via senza nemmeno la consolazione dell’abbraccio di un parente, nemmeno un infermiere a tenergli la mano,non c’era tempo da perdere. Vado in giro vestita da palombaro che quasi non respiro, ma i dispositivi di sicurezza per noi sanitari iniziano a scarseggiare ed iniziamo ad ammalarci. Abbiamo ricoverato una collega proprio ieri. Io da giorni, invece, ho perso olfatto e gusto, ho brividi di freddo. Spero sia solo suggestione.

Mi chiamo Leonardo ho sei anni e faccio la prima elementare, o meglio facevo perché ora la scuola è chiusa per colpa del Coronavirus. Così da giorni sono in casa con la mamma, nemmeno lei va a lavoro. Spesso parla al telefono con le colleghe e dice loro che le piacerebbe tanto rientrare ma poi io da solo come faccio?

Le maestre mi mandano una valanga di compiti e la mamma mi rincorre perché non voglio farli. È sempre arrabbiata! La sento urlare che persino i cani possono uscire a pisciare e io non posso nemmeno affacciarmi alla finestra ma poi, mi chiedo, perché? La mamma dice che questo Coronavirus a noi bambini per fortuna fa solo il solletico che siamo dei piccoli supereroi, ma dobbiamo stare a casa per non fare ammalare i nonni.

Ogni tanto gioco sul terrazzo di casa con la mia bicicletta ma mi manca tanto il mio papà. È lontano per lavoro e nemmeno lui, per colpa del Coronavirus, può uscire di casa. Io se lo prendo lo schiaccio!

Sono Claudio, 43 anni. Mia madre si è ammalata di tumore qualche mese fa, o perlomeno è il momento in cui lo abbiamo scoperto. Troppo tardi per ogni tipo di tentativo. Mi sono fatto forza. Avendo perso papà pochi anni prima per lo stesso motivo sapevo cosa mi aspettava. Invece no. Perché i mostri da combattere erano due. A complicare tutto è arrivato il maledettissimo! Difficile fare su e giù per assisterla e difficile avere la famiglia vicino. Non sopportavo più le sue continue richieste di rivedere tutti. La comare, la zia, i nipoti. “Mamma non si può!” Le dicevo sconfortato. L’ho vista andar via così, una domenica di marzo, io e lei da soli nella stanza. I miei fratelli lontani, sequestrati da un decreto, così come i parenti vicini. Niente abbracci, niente veglia, niente funerali, niente di niente. Nemmeno fosse una ladra. Si è spenta nell’indifferenza alla quale ci hanno costretti tutti, come se uno stupido virus fosse l’unico motivo di dolore e di morte su questa Terra. E quando tutto finirà io e mia madre non potremo mai recuperare quei giorni.

Mi chiamo Covid-19 e sono il Coronavirus che tanto temete. In questo mio tempo sulla Terra ho imparato a conoscere l’essere umano così affascinante e complesso. Ora mi odiate ma io non sono cattivo e, soprattutto, non sono un estraneo. In un qualche modo mistico sono anche io figlio del vostro Dio, di sicuro sono parte di questa Terra e Madre Natura è anche mia madre. Vi ho conosciuto come esseri complessi e arroganti ma vi lascerò fragili e vulnerabili. Vi sentite i padroni di tutto, anche di me. Avete persino pensato che io fossi stato partorito dal vostro cervello, quanta arroganza! Avete questa spocchia di credere che tutto, ma proprio tutto, sia sotto il vostro controllo. Invece è bastato un microscopico virus e non un essere complesso come voi a distruggervi e a far crollare ogni vostra certezza. Qui sulla Terra siete ospiti, ricordatevelo e, nonostante il mio doloroso passaggio, restate voi gli essere più cattivi in questo Mondo. È un primato che nessuno vi toglierà mai, tantomeno io.

Avete imparato a mettermi alla porta o, almeno, ci state provando. In un modo o nell’altro andrò via o mi cambierò d’abito e magari la smetterò di farvi tremare. Quando avrò finito il mio compito, quello che Madre Natura mi ha assegnato, provate a non dimenticarmi. Magari nel mio ricordo scoprirete un po’ di sana umiltà.

Giornalista - Già Direttore Responsabile di Paisemiu.com

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