Angelino che di notte bussa alla mia porta

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Le sirene in lontananza suonavano infuriate e il vento soffiava a gran velocità nella notte scura. Sembrava che il mondo dovesse finire da un momento all’altro ed io ero prigioniero e non riuscivo a liberarmi. Eppure non avevo catene. Non ero prigioniero in una cella.
Tornai indietro con la memoria, in quel  tempo della mia esistenza  fatto di sole e di gioia, di corse e di felicità. O meglio, mi sforzai di tornarvi, ma il dolore mi aveva oramai trascinato in una sorta di oblio tanto pesante che aveva posato sui miei ricordi uno spesso strato di cemento emotivo, impedendomi  pure il pensiero.

Ero paralizzato dalla paura, dalla debolezza, dalla fame, dal freddo, dalla solitudine, dal dolore.

E fu allora che invocai la morte. Semplicemente.

Niente mi avrebbe ridato speranza: né uno sguardo caritatevole, né un abbraccio d’amore, né una casa accogliente, nulla. Così pensavo.
Quando l’anima ti viene strappata, ogni dolore è evanescente, ogni desiderio è nullo.

Si nasce inconsapevoli e si ama ciò che si ha vicino. I cromosomi non c’entrano. E io ho amato con tutto il mio cuore, ma non è bastato per meritare di essere ricambiato.

Mi sono accontentato delle briciole, ho voluto vedere interesse là dove c’era solo lo specchio di un inutile sentimento. Il mio.

Un amore usato come un cencio, tirato per inedia, trascinato per i capelli, vissuto in due modi diametralmente opposti e finito nell’unico modo possibile: con l’abbandono.

Ma chi glielo aveva chiesto di prendermi con sé? Ma cosa si aspettava da me? Ma come credeva di alimentare un amore?

Domande tardive e del tutto inutili. Domande per sempre senza risposta. Domande da cane abbandonato.

E così, senza gloria, con l’incanto delle ferite, con la meraviglia di un dolore tutto nuovo, col peso degli anni su un corpo ormai vecchio, gli occhi divenuti lacrime e le zampe ossa stanche; con l’inganno del disamore e la profonda solitudine che nasce dal rifiuto, mi sono ritrovato qui, sul freddo pavimento di un garage sconosciuto, in una notte di gelo e tempesta, mucchio di stracci inutile, abbandonato da chi amavo.

Abbandonato senza un comprensibile perché, senza futuro, con una voragine al posto dell’anima.

Io voglio solo addormentarmi per sempre e sognare la felicità che non ho mai avuto e mai avrò, facile preda di un destino malvagio.

Il vento, però, porta la vita.

E due occhi che mi vedono, due mani calde che mi accarezzano. E una coperta che mi avvolge.

Con le esigue risorse che ancora mi animano, prego il mio Dio: “Signore, fa che stavolta non sia un inganno. Fa che io possa trovare un po’ d’amore vero. O fammi morire.”

Le sirene hanno smesso di urlare e il vento si è placato.

In cielo sono apparse le stelle.

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