Corte Costituzionale: sentenza storica, firmata per la prima volta da tre donne. Jobs Act bocciato ancora

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Fonte: Twitter

Roma – Con un tweet, è lo stesso account istituzionale della Consulta a darne l’annuncio. Per la prima volta nella storia della Repubblica, una sentenza della Corte Costituzionale è firmata da tre donne: la presidente, prof.ssa Marta Cartabia, la redattrice, prof.ssa Silvana Sciarra e il cancelliere, dott.ssa Filomena Perrone.

La sentenza 150/2020 ha preso in esame il principio di commisurazione dell’indennità – introdotto dal Jobs Act – da corrispondere per i licenziamenti viziati sotto il profilo formale o procedurale, ancorato in via esclusiva all’anzianità di servizio. Principio ritenuto illegittimo, poiché soprattutto nei casi di anzianità modesta si va a ridurre in maniera apprezzabile tanto la funzione compensativa per il lavoratore, tanto l’efficacia deterrente per il datore di lavoro.

Con questa motivazione la Corte ha accolto le questioni di legittimità sollevate dal Tribunale di Bari e dal Tribunale di Roma sul Jobs Act, dichiarando l’illegittimità incostituzionale dell’art. 4 del D.Lgs. n. 23/2015 per la parte in cui fissava l’ammontare dell’indennità in un importo pari a una mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto per ogni anno di servizio.

Alla luce della suddetta pronuncia quindi il giudice, al fine di salvaguardare la dignità del lavoratore, deve determinare l’indennità sicuramente tenendo conto dell’anzianità di servizio ma in chiave correttiva potrà ponderare anche altri criteri desumibili dal sistema, che concorrano a rendere la determinazione dell’indennità aderente alle particolarità del caso concreto. Quali ad esempio la gravità delle violazioni, il numero degli occupati, le dimensioni dell’impresa, il comportamento e le condizioni delle parti.