Salento & dintorni – Anno 2073: il Natale sulle “spiagge” del Salento

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In questi giorni sentiamo parlare spesso di clima, inquinamento e tutto ciò che ruota attorno ad esso. Molti dei nostri politici a livello nazionale, non riescono ahimè a ragionare con lungimiranza, trascurando con grossa sufficienza, ciò che realmente potrebbe accadere in futuro.

Ma facciamo, per un attimo, finta che il nostro migliore amico sia “DOC”, professore folle di ”Ritorno al Futuro” e che una bella mattina passi da casa a prenderci con la famosa “Delorean” per sbirciare nell’ anno 2073. Una volta arrivati, ci rendiamo conto di come la tecnologia oramai superi la fantasia, macchine e moto volanti sfrecciano nei cieli del Salento come stelle cadenti; gli ulivi hanno oramai lasciato il posto a coltivazioni di avocado e le spiagge ridotte a piccoli lembi di terra dove plastica e spazzatura di tutti i tipi padroneggiano sulla poca battigia rimasta.

Per ovviare a questo problema nel 2053 sono state costruite delle piattaforme in cemento proprio sul mare, dove si accede tramite una lunga passerella e dove i bagnanti possono “godersi” le giornate invernali sotto il gradevole caldo Salentino; no non è un errore la parola “invernali”,  purtroppo le temperature oramai sono impazzite, gli inverni non vanno al di sotto dei 23 gradi e le estati superano di gran lunga i 48, costringendo spesso i salentini e non solo, a rinunciare a quelle belle giornate di sole estivo, durante le quali il caldo accarezzava la pelle con mano vellutata e la fresca acqua del mare avvolgeva i corpi donando una sensazione  unica di benessere e serenità. Le mascherine, iniziate ad usare durante il periodo Covid19, sono una realtà oramai globale, infatti a causa del forte inquinamento si è obbligati ad indossarle ogni qualvolta si esce da casa per non respirare gas tossici di cui l’aria è satura.

E’ arrivato il Natale qui nel Salento, molte cose sono cambiate dai mitici anni ‘90/inizi 2000, l’abete come albero di Natale non si utilizza più perché è vietato vendere o estirpare quei pochi esemplari rimasti; la plastica è oramai poco utilizzata da circa tre anni grazie ad un piano di sicurezza globale (fatto un po’ troppo in ritardo), si addobba quindi con ciò che la tecnologia offre, un freddo ologramma che riproduce un grosso abete con fatiscenti palle natalizie, una finzione poco piacevole di ciò che si aveva la fortuna di possedere realmente; i pochi fortunati invece custodiscono un alberello secco di ulivo che apparteneva ai genitori, ecco, quell’alberello sterile e triste, ogni Natale riprende vita grazie alle colorate palle di vetro che vengono poste sui suoi rami. Le luminarie adornano la città ma non rappresentano più fiocchi e pupazzi di neve, sostituiti da castelli di sabbia e palette, si perché questo è il miglior periodo per recarsi sulla piattaforma di cemento e cercare di fare un bel bagnetto nelle acque bollenti e melmose del nostro Ionio o in quelle dell’ Adriatico, mari oramai ricchi di nuove specie tropicali tipo lo squalo bianco, a causa del riscaldamento globale. La storia di Babbo Natale non si racconta più, vent’anni fa, a causa dello scioglimento di molti ghiacciai, ai bambini si disse che la casa del magico vecchietto non era più in piedi e che lui, oramai stanco, ha preferito andare in pensione lasciando il posto a “Influencer Christmas”, una rivisitazione alla moda, metallica e fredda, del vecchio Babbo Natale, non molto apprezzato dai bambini perché gelido e poco caloroso. Un anziano signore, seduto su una panchina sotto ad un albero di avocado, racconta storie di altri tempi a chi vuole fermarsi ad ascoltare questa stupenda memoria storica; racconta di quando, da bambini, il Natale era qualcosa di magico, l’atmosfera si colorava di bianco e rosso, l’odore dei camini per le strade e quel freddo pungente che pizzicava il naso era prerogativa di felicità, i maglioni con su disegnate le renne, la corsa al regalo più bello, le canzoni di Natale che risuonavano per le strade, lo scoppiettio delle castagne, le grosse cene con parenti e amici che si concludevano a sorseggiare della buona grappa attorno al camino, la felicità di quei periodi. Una lacrima scende dagli occhi di questo povero anziano, che alza lo sguardo verso quei bambini che erano lì ad ascoltarlo dicendo: “ragazzi miei, ho avuto la colpa di non fare nulla per mantenere ciò che avevamo, la mia generazione e quella prima sono state superficiali, non abbiamo pensato al vostro futuro ma solo a riempirci le tasche con mera carta, colpevole di aver rubato le nostre tradizioni.  Vi chiedo scusa a nome di tutta la mia generazione, perché siamo stati noi ad aver distrutto questo splendido mondo.”

Oggi non siamo nel 2073 ma ancora nel 2021, quel vecchietto che oramai vive di rimorsi potrebbe essere ognuno di noi. Siamo ancora in tempo per salvare questo mondo, per salvare il nostro territorio e le nostre tradizioni, siamo in tempo per lasciare questa terra in condizioni decenti ai nostri successori, non roviniamo tutto, perché questo nostro grande mondo continua ad accumulare interessi che un giorno saremo costretti a pagare.

Classe ‘86, vive a Squinzano, piccolo paese della provincia di Lecce. Fin da adolescente manifesta una forte passione per la scrittura, percepita come insostituibile mezzo di espressione personale e di comunicazione diretta al cuore delle persone. Appassionato di arte, storia ed archeologia, cresce nel quartiere di Sant’Elia, luogo ancora ricco di mistero, dove conduce ricerche e studi su un convento del 1500, effettuando numerose e importanti scoperte archeologiche che gettano nuova luce sul complesso monastico. Scrive su diversi blog e giornali come “Salento Vivo”, “Spazio Aperto Salento”, “L’ORticA”, “Il Trepuzzino”. È in procinto di pubblicare la sua prima raccolta di scritti con Aletti Editore.

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