Essere o avere? Il dilemma nascosto dietro allo shopping compulsivo

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Essere o avere? domandava Erich Fromm in uno dei suoi più famosi testi di sociopsicologia. Cos’è più importante per l’uomo di quest’epoca? Cosa conta veramente?

Nell’era del virtuale, sembra sempre più evidente la tendenza di ognuno a voler apparire: rappresentazioni di sé attraverso i social sempre più noncuranti degli aspetti legati alla tutela della propria privacy, immagini di gente apparentemente felice che mostra solo un lato (a volte anche fasullo) della propria esistenza, ostentazione di competenze e pensieri che poi nella vita reale non si riesce a sostenere senza l’aiuto della citazione famosa di turno su facebook.

Quel che è chiaro è che “abbiamo” un’immagine ben costruita di noi, che alimentiamo e raffiniamo attraverso oggetti, frasi, eventi a cui partecipiamo e che possiamo mostrare agli altri. Insomma, ci definiamo tramite ciò che abbiamo e ciò che facciamo.

Ma dietro questa facciata curata nei minimi dettagli, ci si chiede davvero chi “siamo”?

Solitamente, quando ci si sofferma molto su una polarità (avere), è perché l’altra risulta deficitaria (essere). Allora si cerca di compensare la sensazione di vuoto identitario attraverso l’immagine esteriore di sé; ci si riempie la casa e la vita di oggetti che ci rimandino un’idea del nostro status sociale, economico, professionale, ecc.

Sempre più spesso, il vuoto interiore viene azzittito dalla necessità di acquistare, di possedere, di avere. Se quest’impulso diventa irrefrenabile, ci si trova di fronte al disturbo da shopping compulsivo.

Lo shopping compulsivo è caratterizzato dal ripetersi di episodi nei quali la persona sperimenta un impulso irrefrenabile a fare acquisti che, seppur riconosciuti come inutili o eccessivi, non riescono ad essere evitati. Questa spinta incontrollabile all’acquisto è stata definita “buying impulse”, ossia una tendenza distruttiva invalidante, generata da un bisogno urgente che preme per essere soddisfatto.

I compratori compulsivi acquistano ripetutamente oggetti per porre fine, temporaneamente, a una mancanza che non sarà mai pienamente soddisfatta poiché non è sostituibile con qualcosa di materiale.

Lo shopping diventa compensatorio di qualcosa che manca sul piano emotivo, relazionale e identitario, non materiale. Il suo compito è quello di soffocare sentimenti che hanno a che fare con la sfera depressiva e di cui la persona non è consapevole.

Un episodio di shopping compulsivo pare quindi strutturarsi attorno a determinati stati emozionali piuttosto che sulla base di reali bisogni o desideri. Sensazioni negative di ansia e tensione sono gli antecedenti dell’episodio, mentre stati emozionali positivi di euforia ne costituiscono l’immediata conseguenza gratificante, per essere seguita poi da emozioni spiacevoli quali la frustrazione e il senso di colpa per aver sperperato gli ennesimi soldi.

Appare, quindi, come una vera e propria forma di dipendenza. Siamo di fronte ad una “nuova droga”. Le persone affette da tale disturbo acquistano oggetti di cui non hanno un bisogno reale, che hanno già, o che sono al di fuori delle proprie possibilità economiche. Quindi, lo shopping compulsivo ha gravi ripercussioni sulla vita sociale, lavorativa, familiare e coniugale, oltre alle inevitabili perdite finanziarie e alle conseguenze psicologiche date dalla sensazione di non riuscire più a controllarsi.

Alle porte di dicembre, parlare di “corsa al possesso” potrà farci riflettere su come gestiamo le nostre finanze e non solo. L’imminente periodo natalizio non distoglie di certo l’attenzione consumistica del compratore, che si sente sopraffatto da pubblicità, luci, insegne, musiche e atmosfere che inducono all’acquisto, tutti fattori che rendono la persona fortemente condizionata e meno lucida nella gestione del proprio budjet e nella consapevolezza delle sue reali necessità.

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