Willy, ucciso dai “ragazzi della porta accanto”. La sua colpa? Essere altruista. E nero!

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Penso spesso a Willy in questi giorni.
Non so se fosse buono, ma credo proprio di sì perché ha difeso un amico in difficoltà e per questo è stato ucciso. Elementare.

Ha la faccia pulita, Willy, e ha la molla. Voi ce l’avete la molla? Io sì. Scattava quando nella mia classe, il branco e gli stupidi affiliati chiamavano cancro e lebbra una mia compagna, quando le svuotavano lo zaino nel cestino dei rifiuti, quando le rubavano la colazione e sghignazzando gliela buttavano giù nel cortile. Saltava la molla che non mi faceva preoccupare di nulla. Né di essere isolata da tutti i gruppi in classe, né di poter ricevere insulti o ripercussioni significative. Io difendevo lei e deridevo loro, dopo essermi arresa sulla possibilità di farli ragionare.

Anche a Willy scattava la molla, lo capisco, eccome se lo capisco!
Sorride con gli occhi e voglio escludere che potesse piacergli la violenza.
Può essere il protagonista di una favola in cui si parla di boschi e folletti, di amicizia e pace.
Un ritorno ad una dimensione serena fatta non di droghe, pugni, violenza, prevaricazione.
La scuola, la famiglia, gli amici, un piccolo grande sogno vissuto in provincia, uno spaccato semplice e ideale. La realtà, poi.
La realtà di quattro energumeni che fanno branco e non gli perdonano quello che loro non hanno, non gli perdonano il coraggio. Lui, piccolo Davide, contro 4 Golia.
Che hanno fatto, in fondo?
Hanno solo ucciso un extracomunitario.
(Quante storture della realtà, quante!!)
Dove sarebbe la meraviglia di fronte ad un’esternazione del genere?
Dove, dal momento che quando un barcone pieno di disperati affonda, in tantissimi uomini e donne “normali” esultano su quella cloaca che sono i social? Madri, padri, nonni, tutti cuoricini e cuccioli. Pucci pucci, che stortura!

Cosa li differenzia dal braccio armato?
Nulla.
Tranne che poi ci si imbatta in una spregevole esecuzione dove l’oppresso diventa ciascuno di noi a ricordarci la nostra fragilità, i nostri limiti, il nostro soccombere in un mondo mostruoso. Mostruosamente normale.
Ragazzi tatuati dalla testa ai piedi come tanti, nessuno stupore, che c’è di male?
La palestra, i muscoli – biglietto da visita di una manifesta, spocchiosa supremazia -. La coca, pare. Altre risse, qualche problema con la giustizia, un negozio di frutta aperto con coraggio durante il recente lockdown, una specie di riscatto, oh che bello. Il profilo Facebook inneggiante all’amore verso la famiglia – solo la loro, pessimo indizio -, le foto sui cavalli, che dolci. Gli amici, tutti rigorosamente simili. La normalità, quella in cui viviamo. Che nasce nelle case, va e si esercita nelle scuole, nelle piazze, nelle palestre. Si perfeziona alla luce del sole, senza paura. Il vicino di casa, quel tanto bravo ragazzo che saluta con educazione, e dentro vive una vita parallela che edifica odio senza misura. Si nutre sui social, il bullo, che figo. Che da solo non vale niente, che assembrato produce sofferenza, violenza, morte.

I bulli.
Quelli che si incontrano a scuola, o nel cortile, o all’angolo dell’istituto. Sì, proprio lì dove non ti immagini una minaccia, uno schiaffo, un calcio. Bulli per la strada. Di quelli che di un tuo intervento, faranno la tua morte. Per una parola sbagliata, per un modo inteso provocatorio, per uno sguardo considerato inopportuno.
Bulli che ostenteranno muscoli, tatuaggi e potenza. Bulli che impiegheranno meno di qualche minuto a toglierti il respiro, tra un calcio e un pugno e una parolaccia. Per uccidere Willy ne sono serviti venti. VENTI minuti per UCCIDERE Willy.
Sdoganare determinati modelli, divulgarli, accettarli come quasi normali in nome della modernità e del politicamente corretto è stato forse l’errore più grande.
La riabilitazione si è garantita ai mostri. Ai morti, troppo spesso, neanche giustizia.
Sei morto, ma è troppo tardi. È sempre troppo tardi: lo è stato per Floyd, per Cucchi, per Willy, uccisi da poteri considerati a modo loro invincibili.
È tardi per tutte le vittime, per i maltrattati, per i derisi, per i diversi.
È tardi per chi è solo in un branco di mostri.
È tardi per chi è diverso e preferisce tacere.
È tardi per una società che è sotterrata da una massa di apparenza, di ostentazione forsennata, di esaltazione verso chi arriva per primo, di gare a chi si finge di essere diverso, e altro non è che ancora più simile agli altri, perché la vera diversità sta nell’essere se stessi.
I bulli sono nascosti ovunque, sì. Sono l’ironia di chi non sa come posare il punteruolo della propria vanagloria. I bulli sono il messaggio di una conversazione che di persona non avrebbe fondamenta per continuare. I bulli sono ovunque. Dietro l’angolo di casa, al lavoro, all’incontro delle cinque, sulla tua home Instagram o Facebook, sul gruppo WhatsApp degli amici, fuori da una discoteca. L’ultima luce che vedrai, perché quel famigerato bullismo si trasforma nella tua morte, ché ci sono molti modi di morire. Perché il bullismo si dirama in tante sottospecie e in alcune di queste tocca l’assassinio, e sempre profonda sofferenza. Tocca la fine del tuo percorso; sì, un percorso che con quello del tuo bullo proprio non aveva niente a che fare, né da costruire o da salvare.

Ma è successo.

È successo che i vostri cammini si siano incrociati per una prepotenza non del destino, ma di una società che ha confuso la forma con la sostanza. Senza attenzione. Che banalità, lo so. Nutrita, non ultima, da una certa classe politica che dell’odio contro gli ultimi ha fatto il suo unico cavallo di battaglia. Di cui dovremmo vergognarci tutti: chi ne è ammirato, chi fa poco per combatterla.

E chi ce le ha le soluzioni?
Non io.
Non io che nulla posso.
Se non continuare a distinguere il bene dal male (si può, oh se si può, basta col relativismo che altro non è l’alibi di chi non ha più voglia di impegnarsi a migliorare la società); e a riconoscere i soprusi (esercitati per noia su un cane massacrato, su un ragazzo fragile, su un gay, su un immigrato, su un carcerato, su un passante, su di me da chi mi vorrebbe diversa), e a combatterli pacificamente con ogni arma a mia disposizione.
Ti abbraccio con tutto il mio amore, con tutto il mio dolore, Willy, amico sconosciuto.
Amico che con il tuo esempio mi fai ancora sperare di non essere sola. Di non essere vinta.
Di essere viva.