Riflessi nell’anima – Domenica, 24 ottobre 2021, 30^ del Tempo Ordinario

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Dal Vangelo secondo Marco (10,46-52)

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».

Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».

Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.

Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.


Gerico ha sempre avuto un ruolo strategico. Città dalle alte e robuste mura. Città inespugnabile. Da lì’ il primo ingresso nella Terra Santa del popolo d’Israele condotto da Giosuè dopo quarant’anni di cammino nel deserto. Città continuamente ricostruita dopo ogni esperienza di distruzione.

Gerico, come emblema della vita di ogni uomo e donna, diventa segno profetico che dopo ogni lacerazione e distruzione, dopo ogni fallimento e sconfitta, dopo ogni pianto e dolore… si può – e si deve – sempre ricominciare, ripartire.

Ogni Gerico, infatti, indipendentemente, se di città o di persona si tratti, sempre e costantemente è visitata da Dio. Anche la mia e la tua vita, nonostante i frastornamenti e le incursioni che radono al suolo anche le fondamenta del vivere, continua a essere attraversata da Dio.

Oggi Dio, in Cristo Gesù, visita un uomo dal nome ancora indefinito (Bartimeo significa figlio di Timeo). In quest’uomo cieco Dio visita tutte le nostre indefinizioni e incompletezze, le nostre mancanze e deficienze.

Bartimeo è uomo atterrato dalla vita. Ha imparato presto a prendere confidenza con le altezze del ciglio della strada; ha imparato ad assaporare la polvere della strada come fosse delizia del palato che a nulla serve né a placare i crampi dello stomaco, né a nascondere l’umiliazione della mendicanza. Bartimeo, uomo non uomo, è lasciato schiacciato a terra sotto il peso di una menomazione che più che chiudergli gli occhi gli ha sbarrato gli aneliti dell’anima e la possibilità di abbracci che scaldano e mettono in circolo l’amore.

Il suo è grido disperato e… di speranza. È grido che da urlo si trasforma in preghiera: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».

Ogni miseria, ogni distanza, ogni umiliazione, ogni tenebra… urlata a Dio, non resta da Lui inascoltata.

Anche per il reietto, per il povero di ogni cosa, per il cieco e l’umiliato, il solo e diseredato, il più ultimo tra gli ultimi della storia, Dio ha un progetto di benedizione e di salvezza, di luce e di compimento, di chiamata alla vita piena e vera, compiuta e felice: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!».

Ed è coraggio che non viene da semplici pacche sulla spalla. È coraggio che anticipa il tempo, nuovo, per ricominciare. È coraggio che è profezia di risurrezione e di esistenza nuova in Cristo Gesù. È coraggio che è certezza di sapersi non più dimenticati e non amati da Dio e dalla storia, ma preziosi e scelti e prediletti e voluti da sempre e per amore da un Dio che ci ha fatti come un prodigio.

I discepoli del Vangelo nascono da qui: dal ciglio di una strada, dalla polvere e dalle tenebre, dalla miseria della solitudine e del peccato… eppure per loro si aprono strade che attraversando mani e cuori di fratelli e sorelle hanno la loro meta in Cielo, presso le altezze da cui l’Amore vero è disceso per rendere l’uomo partecipe della gloria, della luce, della vita vera.

È presbitero della Chiesa di Lecce e, dal 2018, parroco della Parr. Sant'Andrea Apostolo in Novoli (Le). Docente presso l'Istituto Superiore di Scienze Religiose Metropolitano "don Tonino Bello" in Lecce e Direttore dell'Ufficio Catechistico Diocesano.

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