Cartoline dal Salento, “quel” turismo che non c’è più. E il futuro dov’è?

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La stagione de “lu sule – lu mare -lu ientu” sta cedendo il passo ad un più ordinario “scuola – lavoro – quotidianità” che appartiene non solo a noi salentini, ma è destino comune a tutte le latitudini quando all’orizzonte compare l’abitudinario autunno. E come si conviene al termine di ogni ciclo, vi è la corsa a tirare la linea, a fare bilanci e a stilare classifiche. Come sempre, in cattedra economisti, politici, imprenditori e anche qualche utente solleticato da esperienze, saggezze e feedback compendiativi. Tutti in lizza per tentare il colpaccio centrando con un conteggio sommario di arrivi, presenze e assenze, il risultato effettivo della stagione più attesa.

Di cosa parliamo? Lo avete intuito?  “Estate 2018 e il turismo nel Salento”, un argomento che gira a ruota sui giornali e sotto gli ombrelloni. Abbiamo visto saltellare numeri e dati sulle presenze turistiche nel Salento. Cifre ballerine, prede inconsapevoli del morso di una tarantola. Si sono alternati momenti di euforia per hotel e strutture piene a momenti di sconforto per un Salento con pochissimi eventi di spessore e senza particolari scossoni culturali.

Un primo dato inconfutabile parla di un Salento che ha quasi perso (grazie a Dio) i villeggianti da “posto letto sul balcone”. Del resto, non se ne poteva più di quella volgarità dilagante che riduce luoghi magnifici in spazi da bivacco. Sul banco degli imputati, il turismo “di massa” (definito così da chi ama le catalogazioni) arrivato negli scorsi anni come un vortice ad ingoiare pasticciotti e negroamaro e a ballare, a piedi scalzi, pizziche contaminate sui sagrati di bellissime chiese, spettatrici inermi di un turismo irresponsabile. Un turismo che, scopriamo stupiti, nessuno vuole più. Salvo poi, quando i numeri decrescono, gridare “al lupo, al lupo!”.

Il Salento, invece, l’industria del turismo, fatto però di qualità, la vorrebbe 12 mesi all’anno perché in fondo ha capito che di turismo si può campare. E anche bene. Ma è proprio questo Salento a sembrare smarrito, senza bussola. E senza meta. Malgrado gli sforzi che si stanno facendo nel resto della Puglia, noi ci sentiamo soffocati da un vuoto incombente. Che è anche quello percepito dai ragazzi che sono “ok, d’accordo” se al Parco Gondar non si autorizza la riapertura, “ok, d’accordo” se non si fanno concerti alle Cave, ma poi si sentono orfani di quel Salento variegato che offriva concerti dallo Jonio all’Adriatico e si immergeva nelle luci calde dei tramonti in riva al mare, al ritmo di un reggae salentino.

Scrive Franco Cassano:  “troppe volte la modernità ha coinciso, nel nostro Mezzogiorno, con l’assalto selvaggio ai mari, alle colline, alle foreste, con la distruzione sistematica dei beni pubblici; e talvolta questo attacco feroce non solo uccide la bellezza, ma precipita a valle con esiti tragici.” Il Salento la sua bellezza la vuole trasmettere intatta. Ma intorno al  vuoto che oggi molti avvertono come pericoloso, bisogna rimboccarsi le maniche e saper costruire idee, creare programmi e realizzare progetti. In due parole: alzare barricate. Poiché occorrono protezioni e fortificazioni per non “precipitare”.

Organizzare pensieri, pianificare strategie, studiare soluzioni sostenibili. E soprattutto fare in fretta. Serve una visione nuova con la memoria antica di chi, nel rispetto delle proprie radici, sa puntare in alto. Lo dobbiamo ai giovani di questa terra e a chi ha scelto di conoscere, di vivere, di amare il nostro Salento.

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