Il libro di Giuseppe Perrone, un uomo “riemerso” dalle tenebre presentato a Casalabate

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Casalabate – Trepuzzi (Le) – Una revisione sull’excursus relativo al libro “Sofia aveva lunghi capelli” di Giuseppe Perrone (edizioni Castelvecchi), recensito su Paisemiu il 21-02-2022, si è tenuta a Casalabate nella location “Alto Mare”.

La storia tratta di un amore fortunato e sfortunato al tempo stesso perché vissuto a distanza tra Sofia e Matteo, divisi dal carcere duro. L’uomo, autore di questa autobiografia, lo ha dovuto scontare, rifugiandosi nella scrittura usata come un palliativo e companatico per riemergere dal buco profondo della realtà ingurgitata in un silenzio che se non investito con la penna rappresenta un’ombra, compagna di orrore e terrore.

Trent’anni circa di 41 bis narrato in 248 pagine da colui che ha trascorso giorno dopo giorno soffermandosi sul senso dell’Istituto di “Rieducazione” con le sue falle riconosciute non solo da chi lo vive dal didentro. E’ il racconto di uno sconto di una pena per associazione mafiosa e omicidio imputati a Matteo che entra in carcere nel 1993. Le sue quattro lauree conseguite nel Penitenziario unitamente alle sue disavventure, la famosa legge  Carotti e la legge dell’ergastolo a cui il protagonista è condannato, poteva essere commutata a tempo pari 30 anni.

Dicevamo prima sfortunato, poiché si vede sfumare il suo sogno. Una tavola rotonda approntata per rivedere la figura dell’uomo emerso dalle tenebre di un mondo che ammazza la speranza a chi è disadorno di affetti, ma non è il nostro caso, vista la presenza femminile riportata dal titolo del volume, e Matteo conosciuto nell’ambito dell’Associazione “Nessuno tocchi Caino”.

In rappresentanza della realtà associativa sono intervenute la deputata del partito radicale nella XVI legislatura Rita Bernardini, Elisabetta Zamparruti, membro del Comitato europeo prevenzione e tortura e, in conclusione, il segretario della suddetta associazione Sergio D’Elia.

Ad aprire i lavori il sindaco di Trepuzzi, Giuseppe Taurino, il quale tiene a puntualizzare che “l’occasione è propizia poiché la cultura migliora le condizioni di una comunità e affina le capacità di ragionare e, aumentando il senso critico, mette in discussione le certezze che mascherano i limiti propri dell’uomo”.

Il consigliere delegato alle politiche culturali, Giacomo Fronzi, modera e precisa il concetto coscientizzando quanti si accingono a leggere il manoscritto, tenendo conto che cosa c’è dietro ”la sofferenza dei nodi scoperti da sciogliere perché la storia dell’uomo Giuseppe Perrone si mescola a quella della comunità”. E, a proposito dell’associazione che ha promosso l’evento, l’on. Bernardini sostiene che tale fenomeno associativo lotta per la moratoria delle esecuzioni capitali della pena di morte in tutto il mondo, ovvero “no pena fino alla morte”. E relazionando le sovvengono le famose frasi del capo storico del partito, Marco Pannella, che sottolineava “spes contra spem”, ossia “se hai speranza è come metterla in banca, essere speranza invece vuol dire incarnarla”.

La Zamparruti allarga questa visione proponendo per un prossimo incontro la proiezione di un film sul carcere ostativo, sul diritto alla speranza. E, ripercorrendo la vita di Perrone, D’Elia fa poi un raffronto di opere letterarie con un invito a rivolgere l’attenzione ad un altro scritto che porta la firma di Antonio Perrone, il fratello deceduto 7 mesi fa circa, tornato alla libertà, per così dire, anch’egli condannato a 30 anni di detenzione, con marchio “fine pena mai”. E Giuseppe è come dicesse una volta tornato a Trepuzzi “nessuno tocchi quell’uomo” (il fratello detto Tonio) perché “fa parte della nostra comunità”. Dunque cita Fabio Cavalli, fondatore del Teatro Libero di Rebibbia che riferendosi a Giuseppe Perrone invoca: “tenere d’occhio dagli editori e non dai procuratori.” Il dialogo con Sonia, il nome della moglie è il “dolce” che risulta tale e la si segue volentieri quando indugia con le parole su questo amore che dura da quando aveva 15 anni e poi il “matrimonio per procura” e l’inseminazione artificiale, evidenziando le emozioni inenarrabili esperite sulla pelle in questi anni in cui “solo Giuseppe è riuscito a mettere nero su bianco”. Il collante è proprio il sentimento più antico che permette la vita sulla Terra, trascendendo filosoficamente , la donna afferma “forse ci siamo conosciuti in un’altra vita”. La potente forza dell’amore è nella sua etimologia : amore, a deprivativo di mors e cioè senza morte.