Le grazie

0
1612

Il freddo pungente penetrava nella pelle e bruciava nell’anima in quei giorni di gennaio del 1945. La guerra aveva relegato gli animi delle persone in uno stato d’ansia che colorava di grigio ogni pensiero. Era il 15 gennaio e mancava poco alla mezzanotte. A Novoli l’indomani sarebbe stato il giorno dell’accensione della fòcara.

Donato era un invalido civile, claudicante dalla gamba sinistra; a causa di una malattia, avuta da giovane,  era inabile a combattere. La sua era una famiglia di contadini, gente semplice. Cosimo era il figlio minore arrivato dopo sei sorelle.
L’anziano signore spostò il braciere, che consumava gli ultimi carboni, nella stanza da letto, e raggiunse la moglie che dormiva da un po’. Lui soffriva d’insonnia da quando il figlio era caduto prigioniero nelle mani dei tedeschi; forse era già morto, o forse era lì a morire in qualche campo di prigionia militare.  Recitò il Padre Nostro in modo silente e poi rivolse il cuore a Sant’Antonio, come faceva ogni sera prima di andare a dormire, chiedendo quella grazia che sarebbe stato il suo ultimo desiderio: rivedere il figlio sano e salvo. La paura di “saperlo” morto era una tortura che si portava dentro da tanto tempo. Chiuse gli occhi e si addormentò.

Il lugubre suono della sirena, che annunciava l’arrivo degli aerei pronti a bombardare il paese, risuonò come un vetro tagliente nelle orecchie di Donato che si svegliò di soprassalto. Guardò la moglie, dormiva. Nonostante il freddo, sudava. Si accorse che in cucina c’era una fioca luce, stupito si alzò, aspettando da un momento all’altro il fragore terribile  delle bombe. Con grande sorpresa, seduto vicino al camino c’era Cosimo. La fiamma ardeva lenta e la legna profumava la stanza.

«Cosimo che ci fai qui?», furono le prime parole che tremando riuscì a pronunciare.

«Ciao papà, sono venuto per la festa di Sant’Antonio, per la focàra nostra, e poi mi mancavate tanto tu e la mamma».

«Figlio mio, come stai? Come sei riuscito a scappare?», chiese singhiozzando l’uomo.

«Non piangere papà, sto bene, la guerra è finita, siamo tutti liberi papà».

«Oh Dio mio, Sant’Antonio mio, grazie grazie». E si gettò ai piedi del figlio accorgendosi che aveva le scarpe rotte, si vedevano le calze strappate e le dita livide dal freddo. Gli abbracciò le gambe e lo strinse forte. Il figlio lo aiutò ad alzarsi e gli accarezzò il viso, lo baciò, asciugandogli le lacrime. Donato si rilassò protetto dal figlio. Chiuse gli occhi, e l’infernale suono della sirena si ripropose, lacerando l’aria.

Donato riaprì gli occhi, si guardò intorno, la moglie anch’essa si era svegliata.

«Cosimo, Cosimo…», balbettò, ma aveva solo sognato.

La sirena squarciò l’immaginazione consegnandolo al vero. Questa volta stavano per bombardare veramente. Guardò il suo vecchio orologio, erano le 3.15 del 16 gennaio.

Si vestì in fretta, infilò i suoi gambali, mise il cappotto, il cappello, i guanti e uscì per strada. Il sibilo del vento di tramontana sembrava un lamento. La colonnina del barometro era in apnea sotto lo zero. Dal cielo pioveva nevischio. Guardò alla sua sinistra, nel buio, per cercare con lo sguardo la pira, una volta mastodontica, negli ultimi anni, quelli della guerra, di dimensioni ridotte. Poi il rumore degli aerei. Si mise, per come poteva, a correre, e vide le bombe, udendo il roboante boato che dilaniava il selciato della stazione. Cadde strappandosi i pantaloni da entrambe le ginocchia, mentre per strada iniziava ad uscire la gente spaventata. Nella parte retrostante la stazione c’erano dei vagoni pieni di dinamite che dovevano partire il giorno successivo alla festa del santo patrono. Per un millimetro o forse due, il bombardamento non aveva fatto esplodere quel carico. Avrebbe potuto significare la fine per gran parte del paese. Rimase in ginocchio, mentre la gente gridava al miracolo, pregando a voce alta il santo del fuoco.

L’alba consegnò a Novoli la sua leggenda. Quel giorno fu acceso come sempre il falò ma quell’anno non furono sparate salve a devozione.  Donato rimase seduto sugli scalini della chiesa fino a quando non iniziò ad albeggiare. Poi tornò a casa, fumando il suo tabacco. Subito dopo mezzogiorno, sentì bussare alla porta. Quel giorno c’era il sole e, non appena aprì, s’intrufolò scaldando di vita l’ambiente. Erano i carabinieri, avvisavano i due coniugi che il figlio era stato liberato insieme con tutti i militari del Campo otto. Si abbracciarono come due bimbi a cui hanno regalato un aquilone; non lo facevano da anni. La gioia li fece sentire vivi, avrebbero rivisto il figlio da lì a poco. Quell’anno la festa patronale fu più pacata, e al loro santo i novolesi, tutti, chiesero che la guerra finisse presto e quel fuoco che stava ardendo da anni fosse spento da una nuova speranza unta dalla serenità di un futuro migliore.
Dopo pochi mesi l’incubo del conflitto mondiale terminò.

In onore di tutte le persone che non tornarono dalla guerra, vittime del tempo che fu.

{loadposition addthis}