L’immortale fascino del poeta anarchico: buon compleanno Faber

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Fabrizio De Andrè (ph Girella/Lapresse)

Buon compleanno “Faber”! Definito da sempre il “poeta anarchico” Fabrizio De André avrebbe compiuto oggi 81 anni.

Nasce a Pegli, quartiere del ponente genovese, il 18 Febbraio 1940, da genitori piemontesi trasferitisi in Liguria. Cresce negli anni della Seconda guerra mondiale come sfollato nella campagna di Revignano d’Asti.

Tornato a Genova nel dopoguerra, viene influenzato dal clima di contrapposizione tra cattolici e comunisti. La sua intera vita è segnata da un tentativo di molestia sessuale da parte di un gesuita dell’Istituto di Arecco. Fin dalla giovane età manifesta un temperamento ribelle e una personalità fuori dagli schemi.

Appassionato  di musica, ammira Georges Brassens e il grande jazz anni Cinquanta-Sessanta. Tra le sue frequentazioni giovanili, d’altronde, non mancano grandi artisti come Luigi Tenco e Gino Paoli. L’ascolto di Brassens e le contemporanee letture di opere di Bakunin e Stirner lo inducono ad avvicinarsi a idee anarchiche.

Nel 1961 inizia la sua carriera musicale e nasce la sua straordinaria leggenda. Non è mai banale.I suoi testi danno voce agli emarginati, alle prostitute, agli spiriti ribelli ed esprimono la sua anarchia, che diviene un atto rivoluzionario contro il conformismo e l’abuso di potere, potente antidoto contro la società e i suoi costumi ipocriti “Non si risenta la gente per bene se non mi adatto a portar le catene” scrive ne “Il fannullone”, brano del ‘69.

Lontano dalle tendenze, profondamente comprensivo e nauseato dall’ipocrisia, “Faber” ha contribuito a dar vita e dignità a persone, etnie, idee che hanno ritrovato nelle sue poesie in musica un avvocato difensore, un propagandista onesto, un vendicatore contro i torti della storia. Parliamo di Sardi, indiani d’America, tossici, prostitute, anarchici, detenuti, sofferenti, ribelli, zingari: parte di quell’umanità soggiogata, forte solo della propria dignità e coerenza.

Tra i testi più celebri ricordiamo“Il pescatore”, che presenta un approccio un po’ inusuale tra un assassino che esige del pane e un pescatore che lo accontenta senza troppe domande. Qui Fabrizio parla di un’anarchia che si manifesta senza pesanti parole di protesta, ma attraverso il gesto più caritatevole che un uomo possa fare, ossia aiutare il prossimo. O ancora, “Bocca di rosa”, elogio all’amore fatto per passione, non per noia o denaro, motto della protagonista del brano, una donna giunta al paesino di Sant’Ilario, avente una visione rivoluzionaria dell’amore, discordante con la chiusura mentale dei cittadini, che la additano come “prostituta” e si rivolgono ai carabinieri per bandirla.

Non dimentichiamo il profondo amore che lega Fabrizio alla sua terra: egli riesce a valorizzare il dialetto genovese grazie a brani di successo come”Crêuza de mä”, “Â duménega”o “D’ä mæ riva”.

Sei anni dopo “Crêuza de mä”, Fabrizio irrompe nello scenario musicale con “Don Raffaé”, uno dei brani più polemici e controversi della storia della musica italiana: un monologo di Pasquale Cafiero, immaginario brigadiere del carcere di Poggioreale “dal Cinquantatré”, che racconta il suo rapporto ossequioso con un detenuto di cui si riporta solo il nome, Don Raffaè che, nonostante la sua condizione, vive nel privilegio e nella comodità e non ha problemi a elargire favori. È una satira allo Stato che combatte la criminalità solo “di facciata” e una riflessione sugli uomini, che sono spinti per natura a chiedere favori ai “potenti”.

Il brano è probabilmente ispirato a Raffaele Cutolo, camorrista pluriomicida e sanguinario. Una strana coincidenza lega il cantautore al boss: risale a ieri sera la notizia della morte di quest’ultimo, mentre oggi De André avrebbe compiuto 81 anni, se solo la sua vita, segnata da esistenzialismo e contestazione e trascorsa al fianco di Dori Ghezzi, non fosse stata stroncata l’11 Gennaio 1999 da un carcinoma polmonare.

Oggi è considerato come uno dei più grandi cantautori della musica italiana di tutti i tempi. La sua opera e il suo pensiero rimangono intatti nel tempo. Ha segnato il suo nome nella memoria delle generazioni presenti, passate e future. La sua figura è circondata da un fascino inalterato che lo rende indimenticabile e immortale, proprio come, per citare una frase di una sua famosa canzone, “chi viaggia in direzione ostinata e contraria, col suo marchio speciale di speciale disperazione”