Stratificazioni sonore nel Museo Archeologico Faggiano

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Lecce – Tra i luoghi suggestivi, in territorio salentino, sicuramente il Museo Archeologico Faggiano, nel centro storico di Lecce, a due passi da Porta San Biagio, rappresenta un unicum nel suo genere.

Si pensi che dal 2015 questa struttura ha attirato anche la stampa internazionale.

Solo per fare qualche esempio, il 14 aprile del 2015 compare su la prima pagina del The New York Times e ancora su Le Monde, China Times, Bbc Mundo, mentre in casa nostra, il 31 luglio 2017, su Rai 2 la trasmissione «Voyager – Ai confini della conoscenza» condotto da Roberto Giacobbo, nel far vedere scenari misteriosi e segreti della città, include anche questo gioiello.

Pur vedendo solo una parte del servizio, avevo intuito l’importanza del sito e, il 2 aprile scorso, grazie all’amico dott. Maurizio Toraldo, conosco il signor Luciano Faggiano, proprietario della struttura, offrendomi l’occasione di visitare il sito accompagnato dallo stesso in veste di cicerone.

La visita inizia con il racconto della sua odissea, serie di vicende (dal 2001 al 2007, termine dei lavori con il coordinamento della Soprintendenza dei beni archeologici di Taranto) già abbondantemente segnalate da varie testate giornalistiche, partita da una semplice ristrutturazione del bagno dell’edificio, situato in via Ascanio Grandi, dove voleva aprire una trattoria ora sede del Museo.

Quasi attraverso una macchina del tempo, tra luci e ombre, ci siamo immersi in una sorta di “selva oscura” che, tuttavia, attraverso il racconto del signor Luciano, è stato possibile “vedere” e immaginare, dal punto di vista storico- archeologico, altri segreti della bella Lecce.

Lo scenario appare subito ricco di ambienti di suggestivo fascino e mistero.

Ci sono cisterne, ossari, tombe, altari, reperti di vario genere, oltre ad una serie di simboli che rimandano alle varie civiltà vissute nel Salento, compresa la presenza dei Templari fino, probabilmente, ai messapi.

 Passando da un luogo all’ altro del sito, ho avuto l’impressione di quanto lo scorrere del tempo cronologico fosse molto veloce e, pensando al Pánta rheî   di eraclitiana memoria, mi sono predisposto ad una percezione mutevole e cangiante, non dissociata da una dose evocativa, consapevole che ciò che mi stava accadendo poteva essere irripetibile.

E’ stato un viaggio nel tempo di oltre due millenni al quale mi sono approcciato antropologicamente per immaginarmi le diverse musiche, non disgiunte della loro funzione sociale e nelle diverse culture che in quel luogo hanno lasciato tracce.

Soprattutto nella parte più antica, si ha la percezione di trovarsi immersi in stratificazioni sonore dove, dalle stesse pietre, ritornano echi che suscitano forti emozioni restituendoci una dimensione Nova et Vetera allo stesso tempo.

Per dirla con il musicologo Dahlhaus ciò che appare come testimonianza del passato (compresa la musica) costituisce in primis un insieme di «oggetti estetici che come tali sono un pezzo del presente, e solo in secondo luogo costituiscono fonti a partire dalle quali dischiudere eventi e condizioni del passato».

Se la presenza di testimonianze murarie di un ex convento di suore (XVI – XVII sec.), riporta alla memoria l’influsso di alcuni decreti tridentini per la musica sacra a favore dell’uso di musiche devozionali (con ritorno al Canto Gregoriano) a scapito di ingerenze di repertori profani, il fascino diventa ancora più interessante se andiamo ancora indietro, in pieno Medioevo, come viene testimoniato da alcuni resti presenti nel sito.

La scelta del mio racconto si focalizza intorno al respiro della musica che ha coinvolto direttamente o meno pellegrini, crociati e gli stessi templari che, in qualche modo hanno frequentato e /o soggiornato nel sito come testimonia, per esempio, lo stesso affresco che riporta il segno di un triangolo all’interno di una torretta.

Se nel nostro paese la musica dei pellegrini si può identificare con la Lauda trovando bellissimi esempi nelle Laudes creaturarum di San Francesco o in quelle di Jacopone da Todi o nello stesso Laudario di Cortona (Codex 91), particolare importanza, in questo contesto, è il Codex Calixtinus (XII secolo) attribuito a Papa Callisto II. Nel Libro V, oltre ad offrire una sorta di guida del pellegrino che vuole recarsi a Santiago (Iter pro peregrinis ad Compostellam), sono presenti (Appendice I) un cospicuo numero di composizioni polifoniche di particolare importanza, tanto da poter rappresentare autentica espressione del trittico delle peregrinationes maiores, ovvero Roma, Santiago di Compostela e Gerusalemme.

Appare così interessante immaginare il tratto della «Via Francigena» che da Roma proseguiva per Bari e Brindisi dai quali porti ci si poteva collegare con l’Occidente (Santiago di Compostela) e l’Oriente con la Terrasanta.

Se del pellegrinaggio romeo (ad limina Apostolorum), in cui i fedeli si recavano a visitare le tombe degli apostoli Pietro e Paolo, ricordo O Roma nobilis, orbis et domina (presente in alcune fonti e composto a Verona nel X secolo) (https://www.youtube.com/watch?v=CEn1me8Fn34), del Codex Calixtinus segnalo Ad Vesperas Sancti Iacobi (https://www.youtube.com/watch?v=IhY9JX-R310).

Rimanendo nello stesso tema ricordo due importanti raccolte incentrate alla devozione mariana. La prima si tratta dell’importante corpus delle Cantigas de Santa Maria attribuite ad Alfonso X (ben quattro codici corredati di miniature del XIII secolo) e il successivo Llibre Vermeill (libro vermiglio), per il colore dei fogli di guardia del manoscritto (fine XIV secolo), brani cantati e danzati dai pellegrini che si recavano presso il Monastero di Montserrat per venerare la Vergine Nera.

Come esempio propongo due composizioni tratte dalle due distinte raccolte:

Santa Maria, Strela do dia (https://www.youtube.com/watch?v=D1H3JMCPnMc)

e Ad mortem festinamus (https://www.youtube.com/watch?v=ZGx7kQZrODU.

Con il motto «Deus vult!» (Dio lo vuole): chiamata alla prima crociata alla volta del Santo Sepolcro, di Pietro l’Eremita, entriamo nel tema delle imprese militari da parte dei cristiani contro i musulmani volti alla conquista del Santo Sepolcro e i luoghi sacri pelestinesi.

Dal repertorio delle crociate cito la celeberrima composizione di Walther von der Vogelweide che si riferisce alla crociata del 1228: Palästinalied 

Trattasi di una melodia basata su la stessa «Lanquan li jorn son lonc en may» di Jaufré Rudel che ben presto si diffuse in tutta l’Europa.

Al tema del pellegrinaggio si contrappunta l’altro dei Templari, ordine religioso militare, che già dalla sua nascita si prefiggevano di proteggere i cristiani sulle strade percorse dai pellegrini.

Dante attraverso Beatrice fa vedere, attraverso l’allusione al mantello bianco dei cavalieri: «Qual è colui che tacer e dicer vole, / mi trasse Beatrice e disse: mira / quanto è il convento delle bianche stole!» (Paradiso, XXX, 127- 129) e lo stesso   Bernardo di Chiaravalle intorno al 1135 scrisse per loro il De laude novae militiae ad Milites Templi. In questo contesto, spiritualità cistercense e canto gregoriano si fondono e la stessa antifona Crucem sanctam Subiit (XII sec.) oltre che ricordare la presenza e il passaggio dei Cavalieri Templari a Lecce – ci rammenta che dopo le sofferenze della Croce si passa alla Gloria.

Compositore, Direttore d’Orchestra, Flautista e Musicologo. Curioso verso ogni forma di sapere coltiva l’interesse per l’arte, la letteratura e il teatro, collaborando con alcune riviste e testate giornalistiche. Docente presso il Conservatorio di Perugia, membro della SIdM (Società Italiana di Musicologia), socio dell’Accademia Petrarca di Arezzo, dal 2015 ricopre l’incarico di Direttore artistico dell’Audioteca Poggiana dell’Accademia Valdarnese del Poggio (Montevarchi-Arezzo).

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