Il silenzio degli uomini

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Chi è disposto ancora a credere che chi non parla non ha nulla da dire? Già Seneca, nel IV secolo A.C., diceva che “da un uomo grande c’è qualcosa da imparare anche quando tace”. Primo comandamento, abbattere il tranquillizzante stereotipo secondo cui l’uomo non si autoanalizza e risulta inabile a manifestare le sue emozioni. Nel silenzio dei sentimenti emerge una forza che guida il rappresentante del sesso maschile ad imporsi talvolta senza prendere la mira verso la quale va a parare. La scarsità delle parole con cui accompagna le sue esternazioni pone l’uomo in una condizione di dipendenza rispetto alla partner. Il dipendere può essere dolce ma anche amaro se si ha il marcato sospetto di non stare tagliando un comune traguardo. L’affectio coniugalis si dilegua. Allora per la sopravvivenza del rapporto resta la simmetricità delle motivazioni. Viene meno il comune progetto di vita se non ci si conosce a fondo e la conoscenza è favorita dalla trasmissione reciproca di messaggi verbali ma non solo. La comunicazione verbale è più manipolabile di quella non verbale. Dunque il silenzio degli uomini favorisce la comunicazione analogica, quella propria degli artisti che magari prediligono e accumulano le gradazioni di quanto esperiscono a livello esperienziale, in una verbalità minuta ma pregna di significati affettivi che inondano d’amore nell’effluvio che promanano. Di contro, si pretende senza leggere nell’animo dell’uomo, avanzando una ingiunzione che richiede come risposta uno specifico comportamento che appunto essendo tale e cioè indotto non può essere spontaneo. E così avanti una serie di errori che portano ineludibilmente ad una chiusura che non fa bene a nessuno. “Singuli singula novit et cetera taceat” (Ogni individuo sa e il resto rimane in silenzio)