“Lampedusa Beach”: in scena il ricordo di un naufragio e della morte che insanguina il Mediterraneo

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La luce soffusa lascia intravedere una donna dal lungo abito marrone, che lentamente si avvicina al proscenio. Pochi gli oggetti presenti, due leggìi, due microfoni e una sedia, dove prende posto, catapultando il pubblico, all’interno di una storia, in maniera immersiva, grazie alle cuffie fatte indossare prima dello spettacolo e all’uso della sua voce che catalizza l’attenzione. Prende un bel respiro e ancora un altro, espira ed inspira più volte, poi, con voce roca dice: Mahama “l’Affricana”, a rievocarla è Shauba, la giovane ragazza africana annegata a causa del naufragio dell’imbarcazione sulla quale viaggiava.

A descrivere con meticolosità e dovizia di particolari il suo struggente epilogo è l’attrice Sara Donzelli dell’Accademia Mutamenti di Grosseto, nello spettacolo “Lampedusa Beach”, regia di Giorgio Zorcù, tratto dalla Trilogia del Naufragio della regista e drammaturga Lina Prosa (premio della critica teatrale italiana nel 2015). Il testo pubblicato nel 2013 da Editoria& Spettacolo, comprende: Lampedusa Beach, Lampedusa Snow e Lampedusa Way e, per la prima volta, è stato diretto dalla stessa Prosa nel 2014 a Parigi al Théatre Vieux-Colombier.

Lo spettacolo, andato in scena venerdì 12 aprile alle Distillerie De Giorgi di San Cesario di Lecce, fa parte della rassegna di Teatri a Sud di Astràgali Teatro. Il Mediterraneo, frontiera liquida, crocevia di culture antiche e continue tragedie, lega Oriente, Europa e Africa, ma è anche il luogo dove da sempre accadono le tragedie, la cronaca, proprio a Lampedusa ci ricorda quella del 3 ottobre 2013, dove morirono 368 persone, e quella più recente del 10 aprile dove a perdere la vita sono stati nove migranti, tra i quali una bambina di appena due anni.

A dare voce al monologo, e a Mahama, la zia adottiva, alla madre, ai Capi di Stato d’Italia e d’Africa ed infine ad un tenente della caserma di Lampedusa, è la giovane senegalese “Shauba”, ormai sprofondata negli abissi, che racconta i preparativi, le speranze e le condizioni terribili del viaggio e il tentativo di stupro che sarà la causa del naufragio. “Sono Mahama L’affricana” – “No, tu sei l’africana” – “No, sono l’affricana” – “D’accordo Mahama tu sei L’affricana”. “Non c’è sangue nel mio cuore triste, il cervello sta per abbandonare le ossa, dove le porterà?” In realtà la giovane Shauba non avrebbe voluto lasciare la sua terra, ma a decidere del suo futuro c’era la donna anziana del villaggio Mahama, sua amata zia, che le aveva prospettato una vita migliore in Italia e già da tre anni l’aveva aiutata a lavorare per racimolare tremila euro, la cifra che avrebbe dovuto pagare agli scafisti per il “viaggio”. Ora la invoca, “aiutami a morire ora, affondami…” le dice. E ancora, cita Leopardi “naufragar m’è dolce in questo mare” mentre il suo corpo è in verticale, e lentamente sprofonda negli abissi.

La scrittrice Prosa è molto descrittiva e l’attrice Donzelli molto intensa nella sua narrazione, poi, l’immagine del fondale proiettata sullo sfondo, rende davvero realistica e commuovente la scena. Shauba è consapevole della sua morte imminente e con lucidità racconta l’ambiente che ormai l’avviluppa, la fagocita. Ci sono pesci piccoli ma anche pescecani che divorano i corpi degli altri migranti. Erano partiti in settecento e messi su quella barca come sardine, fatti stendere a terra per occupare tutto lo spazio possibile e su quei corpi, prima del disastro, Shauba ci aveva pure camminato sopra, prima che lo scafista tentasse di violentarla in quel brutale modo, con la volontà di possederla come un oggetto e farla propria, senza anima, senza un perché, se non per soddisfare quell’animalità primitiva e carnivora. Ecco la causa del rovesciamento della barca, non una tempesta, non la natura violenta, ma quella umana… umana?

Tanti gli spunti di riflessione, sul capitalismo, sulla morale, sullo sfruttamento e sulla disuguaglianza, l’emigrazione clandestina. Ma in fondo al mare la terra è unita e Italia ed Africa non sono più così distanti, poi, il forte vento e una canzone, quella di Domenico Modugno “Lu pisci spada” che l’attrice Donzelli con raffinata dolcezza evoca a mezza voce, straziante e soffocata dal pianto, infine, come a voler rimarcare il sacrificio della giovane donna, dona ai presenti piccoli pezzi di cocco presi da una ciotola di cocco, unico oggetto portato dalla sua terra.