Referendum giustizia: lettura dei quesiti e incognita quorum

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Domenica 12 Giugno, dalle 7 alle 23, tutti i cittadini italiani saranno chiamati alle urne per esprimere il loro voto su 5 quesiti referendari sulla giustizia. Scarsa l’attenzione mediatica data in questi giorni al referendum. Le cause di questo minore interesse sulla consultazione elettorale, rispetto a precedenti referendum, sono diverse: in primo luogo, da mesi, l’attenzione mediatica è concentrata sulla guerra in Ucraina e sulle conseguenze economiche del conflitto. Inoltre, i cittadini sembrano sempre meno interessati al voto a causa della difficile articolazione dei quesiti, che appaiono incomprensibili salvo previa spiegazione tecnica.
In linee generali, i 5 quesiti chiedono di abrogare altrettanti aspetti, dalla legge Severino alle misure cautelari, fino alle nomine all’interno del Csm.

In particolare, il primo quesito richiede l’abrogazione della legge Severino, introdotta nel 2012 dall’allora ministra della Giustizia Paola Severino, che prevede l’incandidabilità, l’ineleggibilità e la decadenza automatica per chi è stato condannato in via definitiva per alcuni tipi di reato, dalla mafia al terrorismo a quelli contro la pubblica amministrazione. Votando SI verrebbe cancellato l’automatismo, ciò significa che sarebbe il giudice a decidere, di volta in volta se, in caso di condanna, occorra infliggere anche la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici. In passato sono stati penalizzati gli amministratori locali, come i sindaci, che per l’automatismo della legge sono stati sospesi dopo una sentenza di primo grado per abuso d’ufficio, per poi essere in seguito assolti. Chi vota “NO” ritiene che non sia possibile abrogare tale testo e permettere ai condannati per corruzione, terrorismo o collusione con la criminalità organizzata di candidarsi in Parlamento.

Il secondo quesito, invece, propone una riforma della norma che regola l’applicazione della custodia cautelare, ossia la misura con la quale un indagato viene privato della propria libertà nonostante non sia stato ancora riconosciuto colpevole di alcun reato. Attualmente, la carcerazione preventiva può essere disposta nei casi in cui venga ravvisato un possibile rischio di inquinamento delle prove in un’inchiesta, o di fuga di chi è sottoposto a indagine e il “concreto ed attuale pericolo” di reiterazione del reato ed è una pratica di cui si abusa. Il quesito referendario proposto interviene sulla reiterazione del reato, chiedendo di limitare i casi in cui può essere disposta la misura cautelare per questo pericolo. In parole povere, chi è a favore del ’SI’ intende abrogare l’ipotesi di reiterazione per alcuni reati che prevedono pene minori e per il reato di finanziamento illecito dei partiti. Chi è per il “NO” sottolinea che il codice già prevede dei limiti, poiché il carcere come misura cautelare è possibile per reati che prevedono la reclusione non inferiore a cinque anni.

Il terzo quesito chiama gli elettori a esprimersi in merito alla separazione delle carriere dei magistrati. Allo stato attuale, un PM (magistrato con funzione requirente) può decidere, tutto a un tratto, di diventare giudice (magistrato con funzione giudicante) e viceversa. Il quesito richiede che le carriere vengano separate. Dunque, votare “SI” significa far in modo che un magistrato scelga all’inizio della sua carriera la funzione giudicante o requirente, per poi mantenere quel ruolo durante tutta la vita professionale.

Il quarto quesito riguarda il sistema di valutazione dei magistrati, una prerogativa riservata al CSM, dunque solo ai magistrati stessi che decidono anche sulla base di valutazioni espresse dai Consigli giudiziari a livello territoriale. Cosa succede se vince il “SI”? Viene permesso anche ad avvocati e professori di partecipare attivamente alla valutazione dell’operato dei magistrati.

Il quinto e ultimo quesito, infine, interviene sul meccanismo di selezione dei magistrati candidati alle elezioni del CSM (Consiglio superiore della Magistratura, organo di autogoverno dei magistrati) e propone di cancellare la norma che stabilisce che ogni candidatura per l’elezione dei membri togati del CSM sia sostenuta da un minimo di 25 e un massimo di 50 presentatori. L’obiettivo è arrivare a candidature individuali dei magistrati, senza il supporto preventivo di altri colleghi, nel tentativo di limitare il peso delle correnti, ossia i “partiti della magistratura” dopo la bufera sulle nomina al CSM che si è scatenata nel 2019. Se vince il “SI” viene abolito l’obbligo, per un magistrato che voglia essere eletto, di trovare da 25 a 50 firme per presentare la candidatura. L’attuale obbligo impone a coloro che si vogliano candidare di ottenere il beneplacito delle correnti o, il più delle volte, di essere ad esse iscritti. Con il “SI”, si tornerebbe alla legge originale del 1958, che prevedeva che tutti i magistrati in servizio possano proporsi come membri del CSM presentando semplicemente la propria candidatura. Avremmo così votazioni che mettono al centro il magistrato e le sue qualità personali e professionali, non gli interessi delle correnti o il loro orientamento politico.

Questi i 5 quesiti sui quali i cittadini italiani saranno chiamati a esprimersi, quesiti di tipo estremamente tecnico, che necessitano di una conoscenza quantomeno basilare delle attuali norme della Magistratura per essere compresi fino in fondo. Il risultato principale cui si guarda per questo referendum è l’affluenza: il raggiungimento del quorum non è scontato. Resta quindi da chiedersi se questo referendum susciterà in molti italiani la voglia di tornare alle urne o se anche in quest’occasione a vincere sarà il partito degli astenuti.