L’animale dell’invidia

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Ci si è mai chiesto se si è veramente invidiosi? Di qualità fisiche, morali, di ciò che qualcun altro possiede e di cui noi siamo deprivati? Certamente l’invidia è frustrante, e la frustrazione è necessaria per lo sviluppo del bambino che insieme alla gratificazione in questo binomio ha luogo la crescita. Questo ci fa pensare secondo il metodo deduttivo della filosofia, essendo la mancata realizzazione di un desiderio un “aiuto”, uno stimolo a diventare uomini e donne più o meno integrati nella realtà socializzante.

Deleterio è soffermarsi o per meglio dire “fissarsi” ad un precedente stadio dello sviluppo evolutivo e scontare tutti i “peccati” che ci vengono ereditati e tra cui ha fama di essere potente appunto l’invidia. Secondo il padre della psicoanalisi, Freud, perfino fra i bambini nella condizione eterosessuale c’è l’invidia diciamo delle “fattezze” che l’uno ha e l’altro no.

Considerando una concezione manichea tolleriamo anche questo sentimento malvisto dalla società, di cui poi, se ben guardiamo, è intrisa essa stessa. Scrolliamoci di dosso la polvere del passato, e nella quale sovente abbiamo vissuto d’invidia, proiettata, trasmessa e propiziata per essere meglio degli altri. I nostri simili sicuramente sono d’accordo perché fa male, dilania le carni delle vittime, divora.