Effetti pandemici sull’Arte: l’opera del novolese Carlo Rossi a Urbino in memoria di Guido da Montefeltro

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Pirografia su multistrati cm.70×100. (Guido da Montefeltro negli inferi)

Con il nuovo DPCM del 3 novembre scorso (misure per l’emergenza Covid-19) che prevede anche la chiusura di musei e mostre, la cultura italiana riceve un ulteriore arresto.

Aspettando tempi migliori, quasi come antidoto, parliamo di arte e più in particolare di un’importante mostra che doveva realizzarsi questo mese ad Urbino in occasione dell’VIII Centenario della nascita di Guido da Montefeltro, contemporaneo di Dante, importante uomo politico, signore di Urbino.
A 64 anni entra nell’ordine francescano (Io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero, Inferno, XXVII, 67) ed è ancora oggi famoso poiché il sommo Poeta lo condanna nell’Inferno tra i consiglieri fraudolenti con sullo sfondo Bonifacio VIII.

Tornando alla mostra, troviamo nel nutrito gruppo di artisti Carlo Rossi, un novolese che vive da tempo a Bologna.
Allievo della scuola di Walter Piacesi ad Urbino, per alcuni aspetti ricorda quella «sorte omini piacevoli» presenti presso la corte della città marchigiana.
In occasione di questa mostra collettiva l’artista ha effettuato lavori su legno utilizzando la pirografia, antica tecnica di incisione che, per operare su alcuni materiali, ha bisogno di una punta arroventata, il pirografo.

Entrando più nel dettaglio, i lavori realizzati rappresentano alcuni personaggi tra i più significativi che in qualche modo si riferiscono all’illustre casata dei Montefeltro, intrecciandosi con il governo e il ducato di Urbino. Così, solo per fare qualche esempio, oltre all’opera (XVI sec.) che prende spunto dal ritratto di Guido, il soggetto è presente nell’immagine qui sopra riprodotta insieme a Dante e, scorrendo, non può mancare Federico, una delle personalità più significative del Rinascimento, raffigurato nel dittico di Piero della Francesca.

A osservare bene i personaggi rappresentati da Rossi, parlano e raccontano tante storie dei secoli XIII- XVI: guerre, contrasti politici, potere, ma anche la vita nella corte in cui «sempre poeti, musici, e d’ogni sorte omini piacevoli, e li più eccellenti in ogni facultà che in Italia si trovassino, vi concorrevano» (B. Castiglione).

Il segreto di tanta maestrìa nella pirografia di Rossi risiede nell’utilizzo dello strumento tecnico che, per alcuni aspetti, sembra avere la medesima funzione della bacchetta del direttore d’orchestra. Il pirografo, dalla punta universale (n. 21), gli permette di ottenere, attraverso inclinature e pressioni diverse, una vasta gamma di sfumature.

L’essere ambidestro (mancino rieducato) gli consente di impugnare lo strumento con una o l’altra mano e talvolta anche l’uso simultaneo di entrambe, per poter ottenere sia un maggior controllo del lavoro che operazioni più particolari. Basta osservare attentamente le sue opere per rendersi conto, utilizzando una sua espressione, quanto e come egli «incida il legno e non lo accarezzi» tanta è la raffinatezza raggiunta nell’uso dello strumento.

L’artista è un personaggio particolare. Dialogando con lui ci si rende conto di avere di fronte una persona curiosa che a tratti può dare l’impressione di estraniarsi, ma in realtà osserva tutto ciò che lo circonda per cercare la Bellezza che il suo Io creativo può generare. Una delle sue peculiarità, manifestata fin dai primordi della sua attività artistica, è quella di esprimere «immagini aperte a una lettura immediata» (G. Pezzuoli) e, pur non escludendo approcci onirici, ecco l’autorevole giudizio di Remo Brindisi che descrive la sua opera «come se fosse una decorazione, come fosse in un arazzo».

Considerando che il processo creativo passa dall’esperienza personale all’elaborazione fisico-artistica (colore, suono, parola, legno, ecc.) che dà vita a ciò che percepiamo nella forma, si ha l’impressione che Rossi desideri venire incontro al fruitore convinto che l’opera, per completarsi, abbia bisogno della sua partecipazione. In un certo senso l’artista, rappresentando l’immagine «manipolazione del veduto» (G. Celli), preferisce essere diretto nonché appartenente all’immaginario collettivo (elementi della natura, soggetti storici, nudo femminile, ecc.), tanto da poter accorciare lo iato tra il pubblico e l’arte contemporanea tout court.

Colpisce la vocazione artistica a 360 gradi che passa dalla pittura alla grafica, all’incisione, fino a sconfinare nella musica suonando la tastiera elettronica.

Considerando il percorso artistico, la passione per la musica, le sensazioni ed emozioni che emergono dai suoi lavori, si può affermare che i risultati raggiunti vanno considerati continue interazioni multidisciplinari autogenerative prodotte dall’inventio. Egli stesso dichiara: «il colore è musica, la musica è colore e un nudo femminile; con queste tre componenti possiamo creare qualsiasi emozione, dipende tutto dalla nostra fantasia o creatività».

Aspettiamo con molto interesse le opere di quest’artista realizzate per la mostra urbinate, sicuri di stupirci per le sue doti espressive.