Omicidio Caramuscio: al via le analisi su indumenti, pistola e bossoli

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Monteroni di Lecce – Avranno inizio Lunedì 6 Settembre nei laboratori del Reparto investigazioni scientifiche (Ris) dei carabinieri di Roma gli accertamenti sugli indumenti, la pistola e i bossoli sequestrati durante le indagini sull’omicidio dell’ex direttore di banca Giovanni Caramuscio, 69enne di Monteroni, avvenuto il 16 luglio scorso.

Il pubblico ministero Alberto Santacatterina, magistrato titolare dell’inchiesta, lo scorso 30 Agosto ha conferito, durante l’udienza tenutasi nel tribunale di Viale de Pietro a Lecce, due incarichi, uno al maggiore Cesare Rapone e l’altro al maresciallo capo dei Ris di Roma Stefania Alleva. Il primo consulente dovrà accertare, entro sessanta giorni, l’esistenza di tracce biologiche sugli abiti, sul passamontagna e sul portafogli in sequestro, estraendo (in caso di esito positivo) i profili genetici che saranno comparati con quelli dei due indagati, Paulin Mecaj e Andrea Capone, attualmente in carcere. La seconda esperta dovrà invece stabilire, attraverso un accertamento tecnico irripetibile, la compatibilità balistica tra i proiettili ed i bossoli rinvenuti sul luogo del delitto e la pistola sequestrata all’interno dell’abitazione di Paulin Mecaj, ritenuto dagli inquirenti l’autore materiale dell’omicidio di Caramuscio.

Stando alla ricostruzione dei carabinieri, resa possibile grazie alla testimonianza della moglie della vittima, presente al momento dell’omicidio, da alcuni testimoni che hanno fornito dettagli di notevole importanza e dalle immagini delle telecamere di sorveglianza, si sarebbe trattato di una rapina finita male. Giovanni Caramuscio, intento a prelevare nei pressi dello sportello del Banco di Napoli sulla Lequile – San Pietro in Lama, è stato aggredito alle spalle da due uomini, uno dei quali della sua stessa stazza fisica, entrambi con il volto coperto dalle ormai comunissime mascherine anti-Covid.

Caramuscio istintivamente reagì, spintonando e sferrando un pugno al volto di uno dei due banditi, colui che aveva cercato di immobilizzarlo, tenendolo per il collo con la morsa del braccio destro, ma questa reazione innescò la tragedia. Infatti, uno dei due aggressori era armato, portava con sé una pistola calibro 9 corto, e gli scaricò addosso 5 proiettili, tre andati a vuoto e due in pieno petto, tutto a poca distanza dalla moglie della vittima, Anna Quarta.

Le indagini hanno immediatamente portato al rinvenimento dell’arma del delitto, nascosta in  un vaso nell’abitazione del presunto assassino, residente in un appartamento non distante dall’istituto bancario. La matricola della pistola era abrasa, ma gli investigatori, attraverso altri indizi, le testimonianze di alcuni avventori di un vicino bar pizzeria, le immagini delle telecamere di sorveglianza e il racconto di Anna hanno messo assieme elementi sufficienti per fermare Mecaj Paulin, albanese di 31 anni, ripreso dalle telecamere mentre premeva il grilletto con una tale ferocia da sembrare sotto effetto di sostanze stupefacenti. L’uomo è stato accusato di omicidio aggravato dal fine di rapina, ricettazione e detenzione illegale di arma da fuoco. In seguito, è stato individuato anche il suo complice, Andrea Capone, 28enne di Tricase. I due, nel corso dell’udienza, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. I legali di Capone avevano presentato un’istanza al Riesame, con la richiesta di attenuazione della misura cautelare, dal carcere ai domiciliari. La difesa riteneva infatti che i filmati del sistema di videosorveglianza estrapolati dalla banca e usati dagli investigatori per fare luce sulle identità degli aggressori, non potessero comprovare in modo così evidente e chiaro la presenza di Capone sul posto quella sera. Tale istanza è stata però rigettata. Nell’ordinanza firmata dal giudice per le indagini preliminari Laura Liguori, si ritiene che sussistano gravi indizi di colpevolezza sia per Mecaj, sia per Capone, sulla scorta delle dichiarazioni rese dalle persone informate sui fatti, del ritrovamento di indumenti e dalle comparazioni effettuate. Tra questi indumenti, vi è una felpa in cui è ritratta una persona con gli occhi chiusi, tatuata sul volto, circondata da una serie di motivi geometrici. Corrisponderebbe a quella indossata da Capone e visibile in alcune foto sul suo profilo Facebook.

Adesso spetta agli accertamenti disposti dal pm fare ulteriore chiarezza sugli eventi della sera del 16 Luglio, per togliere ogni dubbio sulla colpevolezza dei due indagati e porre definitivamente fine a questa vicenda dal tragico epilogo.

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