L’invidia, brutta femmina

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Che cos’è l’invidia? Vanta il genere femminile, ma esiste anche nel mondo maschile, quindi diciamo che apparterrebbe al genere “neutro”. Impedisce il confronto, l’unione, sposa l’alienazione, impossibile fra le persone che si amano. Più di tutto l’unione forse può esserci tra persone invidiose, ma è garanzia di inautenticità: non ci può essere unione, senza comunione, è destinata a dissolversi.

L’invidia permette “malefatte”, ipocrisia, dissoluzione e isolamento. E’ veramente una brutta esperienza quella che si fa quando la si incontra, assimilabile alla superbia e all’avarizia nel poema dantesco. Nel purgatorio gli invidiosi hanno gli occhi cuciti con il filo di ferro, come ciechi chiedono l’elemosina. Dai loro occhi trapelano le lacrime.

In latino invideo significa “guardo male”. Qualcuno potrebbe dire che è responsabile del malocchio. C’è tuttavia una soluzione, per togliere la “benda dagli occhi” di questi disperati, perché appunto senza speranza, e cioè il ritornare semplici come bambini. E come se essi siano finalmente animati dall’umiltà, potente antidoto alla superbia, e ancora pratichino la carità che permette di purificare dall’invidia.

Rievocando la Cantica, il contrappasso analogico è chiaro, in vita non hanno davvero guardato gli altri, il loro desiderio di felicità, il loro cuore, prestando invece attenzione ai soli beni che l’altrui possedeva e che per se stessi avrebbero desiderato. Così nell’aldilà guarderanno con il cuore. Viene in mente la famosa frase di Antoine De Saint- Exupéry: “L’essenziale è invisibile agli occhi, non si vede bene che col cuore”.