Voce del verbo “comunicare”

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Uomo “elaboratore di informazioni”, il motto della psicologia cognitiva. Questo termine abbraccia molte funzioni mnemoniche: registrazione dello stimolo, memorizzazione, immagazzinamento, recupero dell’informazione. Con queste operazioni si arriva all’apprendimento, che lo si vive a livello intra e interpersonale e cioè fra sé e insieme agli altri. Dunque si “entra nell’altro” e “si esce”, secondo questo orientamento del pensiero, “cambiati”.

Alla base del nostro essere-con seguendo la scuola cognitivo-comportamentale c’è una scarsa propensione ad annoiare gli altri, ma il desiderio  forte di esternare i nostri vissuti esperienziali, uscendo dal diario segreto personale, è tale che opera offrendoli all’interlocutore che se ne bea  arricchendosi. A vantaggio dei comunicatori, tutti, anche il meno avvezzo a ricevere notizie è contento di partecipare a questa “danza”, costituita da parole incorniciate da accenti non verbali. In ogni ambito umano la comunicazione è tutto, agevola la coppia nel consolidamento della sua unione perfettibile, cementa il rapporto tra le persone amiche, agevola l’intesa tra giovani, miracolo d’amore per i più piccini che appunto comunicando esperiscono sentimenti mai provati e si affacciano al mondo…

Senza comunicazione, se possibile, vi è silenzio macabro, perché anche il silenzio religioso comunica un intendimento, è come una musica pure la comunicazione muta. Ogni cosa parla e arride agli audaci attraverso un pensiero che si trasmette a volte facendo comunella. Perfino gli animali comunicano con il corteggiamento, impossibile per i viventi non comunicare. Tutto è comunicazione, ce lo insegnano gli psicologi, nel setting e cioè nella situazione terapeutica ogni cosa riveste vari significati e ci rimanda indietro alla prima traccia da cui ha avuto inizio il filo conduttore che ha portato la persona fino alla sedia. Ma ricordiamo la frase di Novalis “la vera comunicazione ha luogo soltanto fra persone di uguali sentimenti, di uguale pensiero”.