Visti da Vicino: Livio Romano

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C’è un prima, c’è un poi nella Letteratura salentina e il punto di svolta ha un nome: Livio Romano. Con lui si avvia la Letteratura salentina declinata al salentino, cioè centrata sugli scenari salentini e che dà voce al linguaggio dialettale salentino. Illustri precursori erano stati Vittorio Bodini, Maria Corti, Rina Durante che però restavano casi isolati. Invece “Mistandivò” (Einaudi Edizioni 2001), cui dedicai su “Il Corsivo”e all’insaputa dell’autore che ancora non conoscevo, una recensione nella quale salutavo con entusiasmo il primo dei giovani scrittori che, nella narrativa, ponevano l’accento sulla propria terra, avendo il coraggio di raggiungerne le radici e di portarne in superficie con forza descrittiva e sapienza introspettiva le contraddizioni. Qualche anno dopo non si contavano gli autori che riscoprivano le infinite risorse letterarie, poetiche, narrative, sociologiche, antropologiche di un giacimento su cui avevano avuto la controversa sorte di posare, sin dalla nascita, i piedi.

Il centro commerciale, alle porte di Lecce, in cui ci diamo appuntamento è in delirio per l’imminenza delle festività natalizie, ma Livio che conserva l’aspetto del ragazzo padre di tre “figlie femmine”, ha considerato quello, in base alle reciproche esigenze, il posto migliore per incontrarci. Mentre le ragazze restano all’interno per completare i loro acquisti, noi ripieghiamo, per fare quattro chiacchiere, su una panchina all’aria aperta, lontana dal frastuono e dalla folla.

Ci immergiamo in una dimensione nostra, quella del mondo letterario che accomuna gli scrittori di ogni genere e latitudine. Così s’infervora nello spiegarmi che la sua resta e sempre resterà una scrittura vera o comunque verosimile, aderente il più possibile alla realtà, lontanissima dal realismo magico alla Murakami, tanto per intenderci, ma anche da quei generi che vanno sotto il nome di Fantasy o Thriller. E resterà sempre anche una scrittura di denuncia, d’impegno politico e civile, di satira. Continuando a chiacchierare salta fuori un percorso di formazione vasto e variegato che va dalla laurea in Giurisprudenza, sicuramente responsabile del robusto e solido impianto narrativo dei suoi romanzi, all’attività di ricerca nel campo dell’Italianistica con un dottorato in Filologia e a quella di editor freelance, alla più che decennale esperienza come maestro elementare di Lingua Inglese e all’attuale incarico, nei corsi serali per adulti, per Italiano, Diritto, Storia e Geografia.

Un‘osmosi continua tra questi universi lo porta ad essere depositario di storie di vita che sono dei veri e propri romanzi.

Mi svela poi, sempre con quell’aria da ragazzino cresciuto, che da tempo immemorabile è soggetto alla regola del tre: tre “figlie femmine”, tre fidanzate (non tutte in contemporanea) e la ex moglie dotate ciascuna di due sorelle per un totale di tre, l’attuale compagna che pure ha tre figlie. Quando gli domando se, a questo punto della ricorrente trinità al femminile, conosce bene le donne, con fare arreso mi risponde che gli restano un mistero, un mondo complesso e affascinante e aggiunge: “Siamo troppo semplici, noi maschi”.

“Siete troppo semplici, è ‘ vero”, dico, “e noi facciamo fatica a capirlo”.

“Bella questa!” Mi fa. E ci viene da ridere.

Una personalità interessante, caleidoscopica e profonda, ironica e impegnata la sua. La preoccupazione per la difficile congiuntura politica e culturale in cui viviamo e in cui “Per troppa luce” (Fernandel Edizioni 2016), dal titolo del suo ultimo romanzo, anziché vivere si muore, non lo abbandona mai. Però La nota inconfondibile di una mente comunque votata all’ottimismo e al bello e al buono si alza netta e squillante, come pizzicata dalle corde di una delle sue numerose chitarre, acquistate e suonate, a parer suo, senza troppa perizia e poi subito rivendute per far spazio a una nuova, a quella successiva. Che ne è stato della regola del tre? Persa nelle infinite galassie dell’universo chiamato Livio Romano.

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