Manovra del cambiamento?

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Quella licenziata “in zona Cesarini” lo scorso 30 dicembre, è la legge di bilancio presentata dalla maggioranza giallo-verde in termini anche coloriti: “manovra del popolo”, “manovra del cambiamento”. Nella realtà, nonostante i modi con i quali è stata dipinta, questa manovra pare non essere quella rivoluzione annunciata, anzi una manovra che verrà pagata dal popolo.

Innanzitutto, cos’è una legge di bilancio o manovra? E’ quel provvedimento, varato dal governo, nel quale vengono comunicati i fondi e le misure necessari a rendere operativi gli obiettivi prima contemplati nella nota di aggiornamento del Def. Insomma, le entrate e le uscite per le casse pubbliche.

Ritornando alla “manovra del popolo”, questa include tre principali capisaldi: il reddito di cittadinanza, la flat tax e la cosiddetta quota 100. Da menzionare, però, vi sono anche la pace fiscale ed il taglio delle pensioni d’oro. Ma perché questa legge di bilancio non dovrebbe rappresentare quella rivoluzione in termini, come presentata dalla compagine di governo?

Partiamo da un assunto: per strategia politica o per volontà, inizialmente, nelle intenzioni del governo si doveva raggiungere quota 2.4 per cento di deficit, per finanziare questa manovra. Così, però, non è andata! Infatti, nel confronto e nella negoziazione con l’Unione Europea, il tetto si è attestato intorno al 2, che vale a dire meno fondi disponibili per reddito di cittadinanza e quota 100. In ogni caso, tutto questo vuol dire che, come nel passato, anche questo governo finanzierà la manovra producendo debito pubblico.

I tre capisaldi avrebbero pure l’obbiettivo di rimettere in moto l’economia, se non fosse che la prima è legata al mondo del lavoro ed alla riorganizzazione di quelle agenzie sottodimensionate e incapaci di accompagnare i disoccupati verso l’impiego; la seconda, non è una tassa piatta, ma concepita a scaglioni (per evitare l’incostituzionalità), nei quali limiti chi potrà cercherà di rimanere (legalmente o meno) per pagare l’aliquota più bassa; la terza, invece, vorrebbe cancellare la Riforma delle pensioni edita dalla Fornero, ma risulta essere solo una finestra triennale, presumendo poi che chi sceglierà questa opzione verrà rimpiazzato dalle imprese con almeno un disoccupato. In sintesi: tre elementi fondamentali costruiti su dei grandi “se”, con i quali, è risaputo, non si fa la storia né l’economia reale.

Alla fine della fiera, si produrrà un aumento della pressione fiscale di circa 13 miliardi. Investimenti veri, per istruzione, sanità, lavoro, edilizia, per esempio, non ce ne sono, se non “mance” insufficienti. Di tagli e razionalizzazioni utili, anche a costruire fondi per investimenti, non se ne leggono nella manovra. Non si trova nulla di importante nemmeno nel comparto militare, per il quale l’Italia nel solo 2018 ha speso qualcosa come circa 25 miliardi di euro (fonte mil€x). Come su altri aspetti, anche in questo caso i pentastellati hanno fatto una piroetta e si sono allineati al diktat internazionale, con l’acquisto di velivoli da guerra alla “modica” cifra di 14 miliardi. I giallo-verdi hanno però previsto un bel condono fiscale, l’ennesimo, per coloro che hanno problemi con l’Agenzia delle entrate.

In conclusione, il governo è dovuto tornare necessariamente sulla “terra”, dopo tanti proclami e l’”abolizione della povertà”, per evitare di far naufragare il paese, di non andare incontro ad una procedura d’infrazione dell’Unione Europea (nulla di particolare, ma le condizioni del debito pubblico italiano necessitano di una certa flessibilità nelle regole di rientro) e perché ha fatto i conti con le casse dello Stato italiano.